{"id":3551,"date":"2021-08-17T14:40:18","date_gmt":"2021-08-17T14:40:18","guid":{"rendered":"https:\/\/pappeceblog.it\/?p=3551"},"modified":"2021-12-12T20:28:51","modified_gmt":"2021-12-12T19:28:51","slug":"unica-persona-nella-stanza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/pappeceblog.it\/index.php\/2021\/08\/17\/unica-persona-nella-stanza\/","title":{"rendered":"L&#8217;unica persona nera nella stanza"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/pappeceblog.it\/wp-content\/uploads\/2021\/08\/nadeesha-1920x1280-\u00a9iodonna-1024x683.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3594\" title=\"\" srcset=\"https:\/\/pappeceblog.it\/wp-content\/uploads\/2021\/08\/nadeesha-1920x1280-\u00a9iodonna-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/pappeceblog.it\/wp-content\/uploads\/2021\/08\/nadeesha-1920x1280-\u00a9iodonna-300x200.jpg 300w, https:\/\/pappeceblog.it\/wp-content\/uploads\/2021\/08\/nadeesha-1920x1280-\u00a9iodonna-768x512.jpg 768w, https:\/\/pappeceblog.it\/wp-content\/uploads\/2021\/08\/nadeesha-1920x1280-\u00a9iodonna-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/pappeceblog.it\/wp-content\/uploads\/2021\/08\/nadeesha-1920x1280-\u00a9iodonna-720x480.jpg 720w, https:\/\/pappeceblog.it\/wp-content\/uploads\/2021\/08\/nadeesha-1920x1280-\u00a9iodonna-480x320.jpg 480w, https:\/\/pappeceblog.it\/wp-content\/uploads\/2021\/08\/nadeesha-1920x1280-\u00a9iodonna.jpg 1920w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption>Nadeesha Uyangoda \u00a9IoDonna<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">Siete mai stati sorpresi dalla lettura di un libro? A me \u00e8 appena capitato con <em>L&#8217;unica persona nera della stanza<\/em>, libro di Nadeesha Uyangoda, pubblicato quest&#8217;anno dall&#8217;editore romano 66<sup>th<\/sup> and 2<sup>nd<\/sup>. Mi aspettavo un racconto sulla condizione dei nuovi italiani, dal momento che la giovane autrice \u00e8 una di essi, nata nello Sri Lanka e vissuta in Italia, in Brianza per la precisione, dall&#8217;et\u00e0 di sei anni. Invece mi sono trovato davanti a un testo che \u00e8 molto pi\u00f9 di questo,&nbsp; e sfugge a facili etichettature e classificazioni. Partendo dalla sua esperienza, e da quella di amici e conoscenti quali Bellamy, Mike, Blessy, David, la Uyangoda ci racconta cosa succede in Italia quando ci si trova a essere l&#8217;unica persona nera in una stanza di bianchi. Avevo gi\u00e0 presentato libri che parlavano di razzismo dei bianchi nei confronti dei neri negli Stati Uniti d&#8217;America, <em>Fragilit\u00e0 bianca<\/em>, o di razzismo nei confronti degli africani in generale, <em>Afrofobia<\/em>, ma grazie a questo libro affrontiamo finalmente il tema del razzismo in Italia, quello che non vogliamo vedere, quello che tanti di noi si ostinano a negare.<\/p>\n\n\n\n<p>Come gi\u00e0 nei libri sopraccitati, Nadeesha ci ricorda che <em>il concetto di razza, prima ancora di essere un&#8217;invenzione pseudoscientifica, \u00e8 stato un mezzo ideato dal capitalismo coloniale per sfruttare masse di donne e uomini non bianchi<\/em>. Un concetto talmente stratificato nella nostra cultura che spesso attuiamo, nei confronti degli italiani non bianchi, forme di razzismo inconsapevole, come il classico commento \u201cparli bene l&#8217;italiano\u201d. Il libro tocca temi che stanno diventando sempre pi\u00f9 rilevanti, quali il colorismo, che <em>l&#8217;Associazione americana degli psicologi neri ha definito  come una forma di razzismo interiorizzato, che accade quando una minoranza assorbe il razzismo perpetrato dal gruppo etnico dominante e lo perpetra a sua volta<\/em>. E&#8217; un fenomeno che ho potuto osservare durante i miei viaggi in Africa, in particolare in Sudan, ma non immaginavo che fosse presente anche in Italia.<\/p>\n\n\n\n<p>In alcuni momenti della lettura ho sorriso, per esempio quando la madre dell&#8217;autrice le chiede maggiori informazioni sul suo fidanzato, un ragazzo napoletano: <em>\u201cCos&#8217;hanno che non va i napoletani?\u201d mi ha chiesto una sera mia madre. \u201cUna cliente mi ha chiesto del tuo ragazzo, le ho detto che \u00e8 napoletano\u201d mi spiega. \u201cUhhh, mi ha detto\u201d. Sono scoppiata a ridere perch\u00e9, ogni volta che capito in negozio da mia madre, c&#8217;\u00e8 sempre la cliente che mi chiede del fidanzato, e la reazione al napoletano \u00e8 identica. E quando queste donne brianzole investono quel napoletano con i loro \u201coddio!\u201d, non posso fare a meno di stupirmi di passare da una categoria all&#8217;altra con tanta facilit\u00e0: per la durata di quella conversazione smetto di essere una ragazza nera e divento lombarda, smetto di essere il colore della mia pelle e divento il mio accento. Non \u00e8 un momento di realizzazione e di comprensione che passa per quel dialogo, \u00e8 la reazione a cui assistiamo quando il nostro interlocutore registra un punto di incontro tra noi e loro, il che accade nel preciso istante in cui trova un soggetto cos\u00ec diverso da entrambi da riuscire ad andare oltre il colore della pelle.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Alcune situazioni descritte nel libro le ho vissute anch&#8217;io in prima persona, quando tanti anni fa mi trasferii nell&#8217;Italia settentrionale e gli stranieri in Italia non erano ancora in numero tale da produrre un razzismo sistematico: <em>il model minority myth ci impone di essere due volte pi\u00f9 bravi dei nostri coetanei bianchi: non solo dobbiamo essere intelligenti o dediti, dobbiamo dimostrare di esserlo nonostante le origini, la lingua, la famiglia, la religione<\/em>. Ecco, circa venti anni fa, quando ero un giovane impiegato che cercava di fare del suo meglio nello stabilimento, il mio capo, un cinquantenne abruzzese, mi disse: \u201cricorda che dovrai essere sempre due volte pi\u00f9 bravo dei tuoi colleghi, perch\u00e9, come me, sei meridionale, e verrai certamente sempre giudicato senza sconti di sorta\u201d.&nbsp; Vorrei poter dire di aver subito discriminazioni simili a quelle che l&#8217;autrice racconta nel libro, ma non sono abbastanza stupido da pensarlo: so bene che, nonostante tutte le mie difficolt\u00e0, i miei diritti di italiano del sud sono sempre stati gli stessi di quelli di un italiano del nord.<\/p>\n\n\n\n<p>Con una scrittura garbata la Uyangoda ci mostra che il razzismo in Italia c&#8217;\u00e8 e si vede e che il presente passa per l&#8217;intersezionalit\u00e0: razza, classe e genere sono caratteri individuali intersecati fra loro. Per sconfiggere le discriminazioni, per ridurre la disuguaglianza, la prima cosa da fare \u00e8 prendere atto della realt\u00e0 che ci circonda, e la lettura di questo libro aiuta a farlo. E&#8217; bello essere sorpresi da libri non facilmente classificabili, quando sono scritti bene come questo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Siete mai stati sorpresi dalla lettura di un libro? A me \u00e8 appena capitato con L&#8217;unica persona nera della stanza, libro di Nadeesha Uyangoda, pubblicato quest&#8217;anno dall&#8217;editore romano 66th and 2nd. Mi aspettavo un racconto sulla condizione dei nuovi italiani, dal momento che la giovane autrice \u00e8 una di essi, nata nello Sri Lanka e vissuta in Italia, in Brianza per la precisione, dall&#8217;et\u00e0 di sei anni. Invece mi sono trovato davanti a un testo che \u00e8 molto pi\u00f9 di questo,&nbsp; e sfugge a facili etichettature e classificazioni. 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