La morte di Vivek: quello che chi ci ama non sa

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La letteratura nigeriana non è mai stata così dinamica e vivace, e non mi riferisco soltanto ai mostri sacri quali Wole Soyinka, Premio Nobel per la Letteratura nel 1986, o Chinua Achebe, autore de “Le cose crollano”, il romanzo africano più letto al mondo, ma anche alla giovane generazione di scrittori, quali per esempio Chimamanda Ngozi Adichie e Igoni Barrett. A mio parere merita un’attenzione particolare, tra gli autori emergenti, Akwaeke Emezi. Nata a Umuhaia nel 1987 da padre nigeriano e madre tamil e cresciuta nella città di Aba, prima di trasferirsi negli Stati Uniti per studiare alla New York University, comincia a scrivere racconti già all’età di cinque anni. Di genere non binario, per descriversi usa il pronome “they”, essi.

I temi dell’identità di genere e della fluidità sessuale sono ben presenti nei suoi scritti, a partire dal suo romanzo di esordio, Freshwater, del 2018, pubblicato in italiano dall’editore Il saggiatore con il titolo di Acquadolce. L’editore milanese ha pubblicato poche settimane fa il nuovo romanzo di Emezi, La morte di Vivek, con la traduzione di Benedetta Dazzi, che ho appena finito di leggere e vorrei proporvi oggi. Si tratta di un romanzo misterioso e delicato al tempo stesso; ambiguo, ma contemporaneamente cristallino. La madre di Vivek trova il corpo del figlio, nudo, davanti alla porta di casa. Vivek è morto il giorno dell’incendio del mercato. Dalla testa, ornata da capelli che in diversi giudicano troppo lunghi per un uomo, stillano fiotti di sangue. Cosa gli è accaduto esattamente? Questo libro può essere letto come un thriller, dal momento che c’è un mistero da risolvere, ma una lettura del genere risulterebbe oltremodo riduttiva. Attraverso i dolori e i mille dubbi di Kavita, la madre di Vivek, riflettiamo anche noi su quanto profondamente conosciamo le persone che amiamo, e allo stesso tempo pensiamo anche a quanto veramente i nostri cari conoscano noi. Vivek ha sofferto, ha scontato la sua diversità, che ha potuto esprimere solo con pochissime persone, quali le sue giovani amiche e il cugino Osita che, pur non avendo sempre compreso le sue esigenze, le hanno sempre rispettate e lo hanno protetto come hanno potuto. La lingua che Emezi usa per raccontare questa storia è fluida, scorrevole, ma talvolta sa diventare perturbata, come sono turbolenti i sentimenti che i protagonisti provano di volta in volta. Il linguaggio diventa poesia pura negli ultimi due capitoli.

La morte di Vivek 1

La morte di Vivek ha ottenuto subito un riscontro favorevole della critica, non solo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma anche nei Paesi europei dove è stato appena pubblicato, quali Germania e Italia. Il New York Times lo ha inserito tra i 100 migliori libri del 2020 con la seguente motivazione: “Un romanzo travolgente su quello che le famiglie non vedono, o scelgono di non vedere”. Il Guardian invece lo ha descritto così: “Viscerale, tenero e struggente. Un esempio di quello che la narrativa migliore può fare: essere un antidoto all’invisibilità”. Se penso alle tante polemiche, a mio parere inutili, che ci sono in Italia sul disegno di legge Zan, mi rendo conto che romanzi come quello di Emezi sono sempre più necessari nel mondo d’oggi, perché mettono in lettore di fronte a quelle realtà che non vuole, o non riesce ancora, a vedere, perché fanno fare i conti con quelle diversità che per alcuni non è ancora automatico accettare.

3 Comments

  1. Quanto più pensiamo di conoscere qualcuno, meno siamo preparati a conoscerlo veramente. Come la mia Amica saggiamente dice “se solo fossimo disposti a avvicinarci a qualcuno come se fosse un libro nuovo da scoprire, senza sapere ancora cosa c’è scritto dopo”.

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