Maradona: un mito plebeo

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Il 25 novembre 2020, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, moriva Diego Armando Maradona. I napoletani di Napoli, o sparsi per il mondo come me, per la maggior parte lo piansero. Ci fu una certa Italia, e, in misura minore, una certa Napoli, che criticò le nostre lacrime: non mancò di ricordarci le miserie dell’uomo Diego.

Maradona non era amato solo a Napoli, ma almeno in altri due Paesi: a casa sua, in Argentina, era addirittura adorato; in Spagna, dove aveva giocato, l’affetto per lui era stato evidente. Non mi chiesi mai come stessero elaborando il luttogli abitanti di questi due Paesi e pensai, sbagliando, che le polemiche su Diego fossero solo italiane.

Ho scoperto da poco, solo dopo aver letto il libro pubblicato poche settimane fa da Tamu/Tangerin, Maradona un mito plebeo, curato da Antonio Gomez Villar e tradotto in italiano da Alberto Bile Spadaccini, che le polemiche furono le stesse dell’Italia, se non addirittura più rumorose.

Maradona un mito 1

L’editore ha presentato il libro con le seguenti parole:
La scomparsa di Maradona il 25 novembre 2020 ha segnato un vuoto in almeno tre generazioni, scatenando sentimenti difficilmente razionalizzabili. Perché il Pibe de oro è stato molte cose: il ribelle insofferente al potere della Fifa; l’immagine della rivincita del colonizzato sul colonizzatore coi due gol all’Inghilterra nei mondiali dell’86; un dispositivo simbolico che, dall’Argentina a Napoli, s’è fatto emblema del sud del mondo; l’ambigua figura da copertina che esibiva rapporti non conformi al genere.
Ma come tutte le cose vere della vita, non era perfetto, puro e asettico e ha incarnato pulsioni contraddittorie. È stato maltrattatore e machista, imbroglione e tossico. Così, il cortocircuito della sua morte avvenuta nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne ha aperto dibattiti: chi ha provato lutto ha subito giudizi escludenti e moralisti da chi voleva decidere quale dolore fosse legittimo e quale no.
In questa raccolta di contributi politici e sentimentali su Diego, scritti senza presunzione di autorità morale, Maradona da corpo si fa pretesto per problematizzare la complessità, senza facili rimozioni né giudizi eurocentrici e classisti che rinfacciano le emozioni proprio come l’oppressore rinfaccia all’oppresso la sua mancanza di buona educazione. Un Maradona non immacolato, che è il morto non di tutti ma di una parte. Il mito plebeo di chi rincorre la palla rotolante della meraviglia come fosse energia per immaginare un altro mondo possibile.

Il saggio raccoglie scritti di professori, giornalisti, poeti, femministe, pubblicati nei giorni successivi alla morte, ma anche articoli scritti diverso tempo dopo la morte di Diego, a mente fredda. Il libro si divide macrocapitoli, che affrontano aspetti diversi della vita di Maradona: Un lutto popolare, di chiunque lo pianga; Dribbling nei femminismi plebei; Un lascito sensibile: l’inversione del corpo; Mito e affetto plebeo;Poetiche ed estetiche del sud. L’edizione italiana è arricchita da un ulteriore capitolo, Il mito nella città plebea, che si concentra sulla figura di Maradona in Italia, con contributi di Gennaro Ascione e Francesca De Rosa.

Tutti gli scritti mettono in evidenza le contraddizioni dell’uomo Diego, ma anche la sua autenticità, quella di un ragazzo che, senza un’istruzione, ha combattutto, con gli strumenti che aveva, per rendere il mondo, il suo mondo e quello degli altri, meno ingiusto.

Mentre leggevo, non facevo altro che sottolineare frasi che mi colpivano, che mi emozionavano. Ve ne riporto alcune:

Diego è il nostro malessere trasformato in opera d’arte (Antonio Gomez Villar)

Maradona è stato una diga contro il disincanto del mondo. Non è un ansiolitico per negare la nostra realtà: è al contrario capace di deformarla, trasformando quel disincanto del mondo che ha sempre giocato a favore dei potenti (Antonio Gomez Villar).

Come fa a non identificarsi, un popolo calcistico come quello argentino (e molti altri nel pianeta), che sa cosa significa alzarsi alle sette del mattino un sabato o una domenica per andare a giocare sotto la pioggia con gli amici su campetti scalcagnati? Maradona faceva in cima quello che tutti facevano rasoterra. Manteneva uno spirito amatoriale, fatto di amore disinteressato per il gioco e per il giocare, pur essendo già riconosciuto come il migliore del mondo (Javier Franzè).

Passerà il tempo e la domanda tornerà più e più volte, piena di bellezza e di mistero: perché lo abbiamo amato tanto? C’è qualcosa di ovvio: ci ha dato tanto. Ma non basta. C’è qualcosa di più. Credo che la chiave non sia cosa ci ha dato, ma cosa non ci ha tolto: non ha mai tradito noi che lo ammiriamo così tanto (Javier Franzè).

E po’ ‘na finta e Maradona fa squaglià ‘o sanghe dint’ ‘e vene, ‘o sape pure San Gennaro, ma vuje che putite capì! (Nina Ferrante).

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