Vita appesa a Gaza

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Mi indigno da sempre, e negli ultimi anni più che mai, della situazione in Palestina. Di tanto in tanto leggo saggi e articoli per cercare, almeno in parte, di comprendere, ma so poco o niente della narrativa palestinese.

Ho recentemente colmato parzialmente questa lacuna leggendo un romanzo regalatomi a Natale, Vita appesa, del palestinese Atef Abu Saif, pubblicato in italiano da Polidoro con la traduzione di Lorenzo Declich e Daniele Mascitelli. L’autore è nato nel 1973 nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza. Laureatosi in lingua e letteratura inglese all’università Birzeit, si è poi perfezionato a Bradford e a Firenze. Ha insegnato Scienze politiche nelle università di Gaza e, dal 2019 al 2024, è stato ministro della Cultura in Palestina. Come scrittore, è autore di dieci romanzi incentrati su Gaza, oltre ad aver pubblicato raccolte di racconti e testi teatrali. Vita appesa è stato finalista del “premio internazionale per la narrativa araba”.

L’editore presenta Vita appesa con le seguenti parole: In un campo profughi della Striscia di Gaza, la vita di Na‘im, tipografo che stampa i manifesti dei giovani martiri, viene spezzata da un proiettile. La sua morte segna l’inizio di una storia che intreccia tragedia privata e destino collettivo: il figlio Salim, rientrato dall’Italia dove lavora come ricercatore, deve fare i conti con un passato che credeva di aver lasciato alle spalle e un presente che lo reclama. Tra la fidanzata di un tempo, Giaffa, e l’inattesa ricomparsa di Nataly, ex compagna ora giornalista, Salim si muove in un labirinto di affetti, lutti e scelte difficili. Attorno a lui prendono forma le vicende degli amici di sempre – chi sceglie la resistenza, chi una carriera nel grande «panificio di notizie» che è Gaza, chi sogna l’estero, chi scala le gerarchie del potere – mentre il passato riaffiora nei racconti della vecchia generazione, fatti di sconfitte e tenacia. Dal ricordo della Nakba alle Intifade, dalle serate letterarie nei caffè alle prigioni, dai tunnel sotterranei all’economia dell’assedio, dalla speculazione edilizia ai movimenti di protesta civile, il romanzo ci trascina negli ingranaggi di Gaza, una «macchina della vita».

Anche se il protagonista del romanzo sembra essere, a prima lettura, Salim, il romanzo diventa, con lo scorrere delle pagine, un romanzo corale. La storia personale di ognuno diventa la storia di tutti. E’ un libro dolente, senza essere vittimista, è un libro crudo perché, pur con un linguaggio lieve, racconta una realtà assurda e inaccettabile. Questo romanzo non dà risposte, ma pone tante domande, la principale delle quali è quella che molti di noi, pur senza vivere situazioni estreme, si sono posti almeno una volta nella vita: cosa significa davvero tornare a casa? Un libro che ho dovuto interrompere più volte, perché mi faceva male leggerlo, eppure un libro ncessario, da leggere assolutamente.

1 Comment

  1. Il non girarsi dall’altra parte, osservare, ascoltare, cercare di capire, sono già dei passi e antidoti contro l’indifferenza e l’ingiustizia. Anche quando fa male.
    Dopotutto chi sta veramente male sono le persone che vivono queste esperienze tremende in prima persona.

    Grazie ancora Maurizio per la condivisione.

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