La meccanica del divano, finalmente un libro che racconta il lavoro

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Il mondo del lavoro ha subito, negli ultimi decenni, in Italia e altrove, trasformazioni epocali, non solo per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, ma anche per le condizioni del lavoro stesso e l’impatto che queste hanno nella vita dei lavoratori. Stranamente però, gli scrittori italiani hanno raccontato queste trasformazioni, e gli impatti sulla vita quotidiana degli italiani, molto raramente, preferendo concentrarsi su se stessi e sugli aspetti intimi e personali, invece che descrivere i cambiamenti della società. Ricordo di aver apprezzato, anche se in maniera diversa, tre romanzi sul tema, tutti pubblicati più di un decennio fa: Acciaio di Silvia Avallone, Il mondo deve sapere di Michela Murgia e Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio. Dopo di allora, non ho letto più nulla su questo tema, e non perché non fossi interessato. Naturalmente è possibile che ci siano stati altri romanzi di tipo sociale come questi tre, ma io non ne sono venuto a conoscenza.

Ho perciò accolto con grande curiosità, e gioia, il ritorno di Francesco Dezio con un nuovo romanzo su questo tema. Si tratta de La meccanica del divano, pubblicato dall’editore Ensemble lo scorso ottobre. Lo scrittore pugliese ci racconta di un oggetto, il divano, e della sua evoluzione dagli anni ’60 del XX secolo agli anni ’20 di questo secolo, attraverso la storia della fabbrica di Natalino Manucci, che parte con una bottega di tappezziere in Puglia fino a espandersi a livello internazionale, con fabbriche in diversi Paesi. La classe operaia di mezzo mondo è stata seduta, in questi decenni, sui divani prodotti da Manucci, che comunque non è l’unico protagonista del romanzo. Coprotagonisti sono infatti anche Nuccio e Michele, giovani che negli anni ’80 cominciano a lavorare come operai presso la fabbrica di Manucci e che poi, ambiziosi, decidono di mettersi in proprio. Coprotagonista è Myriam, la giovane moglie di Nuccio, che sogna il mondo dello spettacolo.

Il libro è scritto sotto forma di tragedia, con in ogni capitolo il coro e i personaggi. Lo stile è unico, perché mescola toni comici, ironici e sarcastici a toni tragici, rendendo questo romanzo una vera e propria rappresentazione tragica del lavoro, che è forse la più vicina alla realtà. Il linguaggio è particolare, mescolando l’italiano al dialetto pugliese (sempre impeccabilmente tradotto), il gergo aziendale con il linguaggio social. Voglio scriverlo chiaramente: trovo questo libro eccellente, perché originale, perché ben scritto, perché racconta delle trasformazioni in atto nella società. Va ringraziata la casa editrice Ensemble per averlo pubblicato. Non posso fare a meno di domandarmi, però, come mai un libro unico e di qualità non abbia trovato l’attenzione di grandi casi editrici, che ne avrebbero garantito una più ampia visibilità. Così come non posso fare a meno di domandarmi perché di questo libro passi quasi completamente inosservato nella stampa nazionale. Tutto quello che posso fare è raccontarne su Pappeceblog consigliandone caldamente la lettura e sperare che, tramite passaparola, riusciamo a dare a questo libro, e al suo autore,il successo che merita.

7 Comments

  1. Il lavoro in sè è una tragedia …dovremmo essere tutti liberi e ….pensionati
    Viva la vita e Grazie Maurizio

  2. Ciao Maurizio, leggerò sicuramente il libro. Cercherò di pubblicizzarlo il più possibile sulle varie piattaforme social.

    Grazie per i preziosi consigli

    A presto
    Agostino

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