Chi mi conosce sa che, da ventisei anni, mi occupo di sicurezza sul lavoro nell’industria chimica. Considero questo tema molto di più che un semplice lavoro, e negli anni è diventata quasi una missione cercare di diffondere consapevolezza sul tema. Raramente ne ho scritto sul blog, sia perché scrivo essenzialmente per scaricare lo stress della vita quotidiana, sia perché quando, ahimè quotidianamente, si verificano infortuni mortali, le testate giornalistiche se ne occupano diffusamente.
Eppure ogni tanto, come oggi, non riesco a tacere. La causa scatenante è l’infortunio mortale di venerdì 25 luglio 2025, in un cantiere a Napoli, zona Vomero. Le indagini accerteranno la verità ma già si può dire che, delle tre vittime, solo una era regolarmente assunta, mentre le altre due lavoravano a nero; già si può dire che, accanto ai corpi delle vittime, non sono stati trovati i dispositivi di protezione individuale, in particolare mancavano le cinture di sicurezza, che avrebbero aiutato le vittime a restare nel cestello.
Non voglio soffermarmi sul fatto che il numero di infortuni sul lavoro sta continuando ad aumentare e che le misure messe in atto da questo governo (per esempio la patente a punti) sono insufficienti, se non addirittura inadeguate. Nemmeno voglio ribadire quanto detto e ridetto negli anni, e cioè che sono necessarie due azioni coordinate, formazione/consapevolezza e controlli adeguati, soprattutto nei settori lavorativi più vulnerabili in tema di infortuni, quali l’edilizia, l’agricoltura, la logistica…
Vorrei qui sottolineare l’ignavia che colpisce tutti noi cittadini su questi temi, almeno fino a quando questi temi non riguardano persone a noi care. Se vediamo qualcuno lavorare in maniera non sicura, per strada, sul luogo di lavoro, nel nostro condominio, preferiamo girarci dall’altra parte invece di intervenire. Se si tratta di votare su referendum che affrontano tematiche di lavoro, relative alla sicurezza e non solo, preferiamo astenerci. Al momento delle elezioni, se ci sono candidati che si occupano di queste tematiche, noi preferiamo votarne altri. Permettetemi, a questo proposito, un ricordo personale: quando ero candidato alla Camera dei deputati (elezioni politiche del 2018), nella circoscrizione Europa (quindi c’era la possibilità di esprimere, oltre al voto al partito, due preferenze per i candidati), molti preferirono votare candidati che promettevano di tutto e il contrario di tutto, invece di concentrarsi su chi proponeva temi di interesse comune. Particolare successo avevano i candidati che proponevano l’abolizione dell’IMU per gli Italiani all’estero, promessa, peraltro, non ancora mantenuta. Insomma, il Paese è lo specchio fedele di questo Parlamento inadeguato.
Eppure, in quest’indifferenza generalizzata, che ha radici profonde, ci sono stati artisti, cantanti, intellettuali, che questi temi li hanno sempre affrontati, purtroppo mai abbastanza ascoltati. Un esempio è il drammaturgo e poeta napoletano Raffaele Viviani che, quasi un secolo fa (era il 1930), componeva la poesia “Fravecature”, qui recitata da Isa Danieli, che trattava il tema delle morti bianche. Riporto il testo, con la traduzione in italiano.
All’acqua e a ‘o sole fràveca
cu na cucchiara ‘mmano,
pe’ ll’aria ‘ncopp’a n’anneto,
fore a nu quinto piano.
Nu pede miso fauzo,
nu muvimento stuorto,
e fa nu vuolo ‘e l’angelo:
primma c’arriva, è muorto.
Nu strillo; e po’ n’accorrere:
gente e fravecature.
– Risciata ancora… È Ruoppolo!
Tene ddoie criature!
L’aizano e s’ ‘o portano
cu na carretta a mano.
Se move ancora ll’anneto
fore d’ ‘o quinto piano.
E passa stu sparpetuo,
cchiú d’uno corre appriesso;
e n’ato, ‘ncopp’a n’anneto,
canta e fatica ‘o stesso.
‘Nterra, na pala ‘e cavece
cummoglia ‘a macchia ‘e sango,
e ‘e sghizze se sceréano
cu ‘e scarpe sporche ‘e fango.
Quanno ô spitale arrivano,
la folla è trattenuta,
e chi sape ‘a disgrazia
racconta comm’è gghiuta.
E attuorno, tutt’ ‘o popolo:
– Madonna! – Avite visto?
– D’ ‘o quinto piano! – ‘E Virgine!
– E comme, Giesucristo … ?!
E po’ accumpare pallido
chillo c’ ‘ha accumpagnato:
e, primma ca ce ‘o spiano,
fa segno ca è spirato.
Cu ‘o friddo dint’a ll’anema,
la folla s’alluntana;
‘e lume già s’appicciano;
la via se fa stramana.
E ‘a casa, po’, ‘e manibbele,
muorte, poveri figlie,
mentre magnano, a tavola,
ce ‘o diceno a ‘e famiglie.
‘E mamme ‘e figlie abbracciano,
nu sposo abbraccia ‘a sposa…
E na mugliera trepida,
aspetta, e nn’arreposa.
S’appenne ‘a copp’a ll’asteco;
sente ‘o rilorgio: ‘e nnove!
Se dice nu rusario…
e aspetta e nun se move.
L’acqua p’ ‘o troppo vóllere
s’è strutta ‘int’ ‘a tiana,
‘o ffuoco è fatto cénnere.
Se sente na campana.
E ‘e ppiccerelle chiagneno
pecché vonno magna’:
– Mammà, mettímmo ‘a tavula!
– Si nun vene papà?
‘A porta! Tuzzuléano:
– Foss’ísso? – E va ‘arapi’.
– Chi site? – ‘O capo d’opera.
Ruoppolo abita qui?
– Gnorsì, quacche disgrazia?
Io veco tanta gente…
– Calmateve, vestíteve…
– Madonna! – È cosa ‘e niente.
È sciuliato ‘a l’anneto
d’ ‘o primmo piano. – Uh, Dio!
e sta ô spitale? – E logico.
– Uh, Pascalino mio!
E ddoie criature sbarrano
ll’uocchie senza capi’;
a mamma, disperannose,
nu lampo a se vesti’;
e cchiude ‘a dinto; e scenneno
pe’ grade cu ‘e cerine.
– Donna Rache’! – Maritemo
che ssà, sta ê Pellerine.
È sciuliato ‘a ll’anneto.
Sì, d’ ‘o sicondo piano.
E via facenno st’anneto,
ca saglie chiano chiano.
– Diciteme, spiegateme.
– Curaggio. – È muorto?! – È muorto!
D ‘o quinto piano. ‘All’anneto.
Nu pede miso stuorto.
P’ ‘o schianto, senza chiagnere,
s’abbatte e perde ‘e senze.
È Dio ca vo’ na pausa
a tutte ‘e sufferenze.
E quanno ‘a casa ‘a portano,
trovano ‘e ppiccerelle
‘nterra, addurmute. E luceno
‘nfaccia ddoie lagremelle.
Muratori
di Raffaele Viviani
Sotto la pioggia e al sole lavora il muratore
con in mano la cazzuola
sospeso su un’impalcatura,
fuori, al quinto piano.
Un piede in fallo,
un movimento sghembo,
e vola come un angelo:
prima di giungere, è morto.
Un grido e poi accorrono:
gente e muratori.
– Ancora respira… è Ruoppolo!
Ha due bimbi piccoli!
Lo sollevano e lo allontanano
su una barella a mano.
Si muove ancora l’asse
fuori al quinto pianto.
E passa questo corteo,
più di uno lo rincorre;
mentre un altro, sull’impalcatura
canta e continua a lavorare.
Per terra un mucchio di calce
nasconde la macchia di sangue,
e gli schizzi si diffondono
con le scarpe sporche di fango.
Quando giungono all’ospedale,
la folla resta fuori,
e chi è a conoscenza della disgrazia
racconta com’è accaduta.
E intorno il popolo:
– Madonna! – Avete visto?
– Dal quinto piano! – Vergine…
– E come… Gesù Cristo…
Poi appare, pallido,
chi l’ha accompagnato:
e, prima che gli chiedano,
fa segno che è spirato.
Col freddo nell’anima,
la folla s’allontana;
già si accendono le luci della sera;
la strada diventa tortuosa.
A casa, poi, i compagni
smorti, poveri figli,
lo raccontano alle famiglie
a tavola, mentre mangiano.
Le mamme abbracciano i figli,
lo sposo abbraccia la sposa…
e una moglie, trepidante,
attende e non s’acquieta.
Si affaccia al balcone,
sente l’orologio: le nove!
Recita un rosario…
E aspetta e non si muove.
L’acqua si consuma in pentola
per il troppo bollire,
il fuoco è fatto cenere.
Si sente una campana.
I piccoli piangono
perché vogliono mangiare:
– Mamma, mettiamo a tavola!
– Se non viene papà…
La porta! Bussano:
– È lui? – Va ad aprire.
– Chi siete? – Il capo d’opera.
Ruoppolo abita qui?
– Sì, qualche disgrazia?
Vedo tanta gente…
– Calmatevi, vestitevi…
– Madonna! – Non è successo niente.
– È scivolato dall’impalcatura
dal primo piano. – Uh, Dio!
Ed è all’ospedale? – È logico.
– Uh, Pasqualino mio!
I due piccoli sbarrano gli occhi
senza intendere;
la mamma, disperandosi,
si vestì in un lampo,
e li chiude in casa; e scendendo
i gradini con una candela.
– Donna Rache’ – Mio marito
forse è al Pellegrini.
È scivolato dall’impalcatura.
Sì, dal secondo piano.
E man mano quest’impalcatura
sale piano piano.
– Ditemi, fatemi capire.
– Coraggio. – È morto?! – È morto!
Dal quinto piano. Dall’impalcatura.
Mise un piede in fallo.
Per il dolore, senza piangere,
cade e perde i sensi.
È Dio che dà una pausa
A tutte le sofferenze.
E quando la riaccompagnano a casa,
trovano i piccoli
a terra, addormentati. E brillano
in volto due lacrime.
Il tema delle morti bianche arrivò anche al festival di Sanremo, nel 1972, mio anno di nascita, grazie ad Anna Identici e alla sua canzone Era bello il mio ragazzo. Una canzone che mi commuove ogni volta che la ascolto. Inutile dire che fu subito eliminata.
N.B. In copertina, la foto del monumento ai caduti sul lavoro, a Pozzuoli. E’ tratta dal sito ildesk.it

Commovente, da singhiozzo! Pensare ad un secolo… trascorso invano!
Purtroppo siamo ancora nel medioevo. Ci si gira dall’altra parte e di fa finta di niente. Anche là dove ci sono operai professionali che avvertono in tempo su lavori da effettuare per evitare tragedie future, le grandi aziende si girano dall’altra parte facendo spallucce e dicendo che va tutto bene. Ogni morte sul lavoro è il fallimento di un paese intero.
Piango tutte le volte.
Grazie Maurizio per il tuo articolo e per ciò che fai per la sicurezza
Manca proprio la cultura della sicurezza, non bastano le leggi o i corsi di formazione.