Ci sono libri che compro a scatola chiusa, perché mi basta leggere il nome dell’autore per avere garanzie sulla qualità dell’opera. E’ il caso, per esempio, di Georgi Gospodinov, presente in maniera assidua tra le pagine di Pappece blog. Così, qualche settimana fa, ho comprato il suo ultimo scritto, pubblicato come di consueto da Voland con la traduzione di Giuseppe Dell’Agata, senza nemmeno sapere di cosa si trattasse.
Sto parlando di Il giardiniere e la morte, e il contenuto mi è stato chiaro fin dalla prima riga: Mio padre era giardiniere, ora è giardino. L’autore parte dalla malattia, con conseguente morte, del padre, per una serie di riflessioni sulla morte e, naturalmente, sulla vita. All’inizio sono rimasto spiazzato, ma mi è bastata la lettura di un solo paragrafo per farmi sintonizzare sulla lunghezza d’onda dell’autore bulgaro. Del resto, le sue emozioni, sono state, e per la maggior parte sono tuttora, anche le mie. Ho la fortuna di avere mio padre ancora in vita, ma ho perso mia madre (troppo) presto.

Leggendo le pagine del libro, trovavo le mie emozioni espresse in parole, come io mai avrei saputo fare. Trovavo, nonostante tutto il dolore e i momenti di depressione, un messaggio di speranza, un messaggio di amore per la vita. Qualche esempio? Eccoli qua:
Di cosa parliamo quando parliamo della morte? Di chi se ne è andato o di noi? Dell’assenza stessa? Ci manca al punto da riempire ogni minuto libero con questa assenza.
Di cosa parliamo quando parliamo della morte? Della vita ovviamente, di tutta la sua incantevole fugacità.
Ho letto questo libro a piccole dosi, e non perchè fossi sopraffatto dal dolore, ma perché avevo bisogno di lentezza; avevo bisogno di assaporare ogni singola parola del testo. Ogni volta che leggo Gospodinov mi convinco sempre di più che questo autore vincerà il Premio Nobel. Forse non sarà quest’anno, ma presto lo vincerà. Scommettiamo che ho ragione?
