Ci sono scrittori che, con un solo libro, colpiscono dritti al cuore e restano dentro, per tutta la vita. Uno di questi è, per me, Angelo Ferracuti. Tutto avvenne tanti anni fa, con la lettura del libro Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia, in cui Angelo raccontava l’incendio al porto di Ravenna, nel 1987, che costò la vita a 13 operai. Da allora ho sempre seguito Ferracuti con attenzione, anche grazie a Facebook, che mi permise di ottenere un contatto più assiduo.
Il 16 agosto di qualche anno fa, lo ricordo bene perché era il mio compleanno, Ferracuti scrisse un post in cui diceva che stava arrivando a Zurigo in visita a una delle cliniche della morte. Io fraintesi il senso del post, pensai che stesse venendo ad accompagnare una persona cara nel suo ultimo viaggio e allora gli scrissi in privato, dicendogli che abitavo in zona e mi misi a disposizione per aiutarlo in caso di necessità. Mi rispose molto gentilmente, spiegandomi che era in Svizzera per motivi di lavoro, e mi invitò ad accompagnarlo. Fu così che, il 17 agosto, ci conoscemmo di persona e visitammo le strutture di Dignitas, organizzazione che effettua il suicidio assistito.
Perché vi sto raccontando tutto questo? Perché la visita a Dignitas fa parte dell’ultimo libro di Ferracuti, realizzato insieme al fotografo Giovanni Marrozzini e pubblicato da Il saggiatore, intitolato L’ultimo viaggio – storie di vita e fine vita.

L’editore presenta il libro con parole che dicono tutto: L’ultimo viaggio racconta l’esperienza del dolore, della malattia e della morte attraverso le storie di chi li incontra ogni giorno lavorando negli hospice o occupandosi di un caro che soffre. È un libro che affronta la difficoltà, ancora oggi, di pronunciare pubblicamente le parole «eutanasia» o «suicidio assistito» e l’ipocrisia che costringe ogni anno decine di persone a spostarsi in Svizzera per trovare una conclusione serena alla propria esistenza; ma è anche un’esplorazione di quanta vita e forza ci sia in chi accetta e abbraccia la propria finitezza e fragilità.
In queste pagine Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini ci guidano con parole e immagini a conoscere questo mondo poco visibile, assieme alle persone che lo abitano e lo animano con i loro corpi e il loro lavoro: da Erika Preisig, medica di famiglia del cantone di Basilea, che nella sua carriera ha assistito centinaia di malati terminali, a Uli Davids, direttore di una struttura per alcolisti all’ultimo stadio a Berlino, in cui viene concesso ai degenti di consumare alcol senza limitazioni; dal politico, scrittore e fondatore del manifesto Lucio Magri, che nel 2011 scelse di morire in una clinica di Bellinzona portando alle cronache nazionali il dibattito sul fine vita, a Trond Enger, sacerdote della Chiesa protestante norvegese favorevole al suicidio assistito; oltre ai tanti pazienti incontrati nei loro viaggi tra gli istituti che offrono assistenza e terapie palliative.
L’ultimo viaggio è un’opera a metà tra il reportage fotografico e il saggio narrativo, che tenta di descrivere con la sua complessità i molti lati di chi convive con una malattia incurabile: il tentativo di tratteggiare con il linguaggio qualcosa di così angosciante come la sofferenza; qualcosa di così delicato come la dignità.
Ferracuti in questo libro non giudica, ma racconta, lasciando la parola a chi ha accompagnato i propri cari nell’ultimo viaggio, a chi lavora in queste strutture. Raccontando, ci fa conoscere i differenti approcci nei confronti della fine della vita, legati alle diverse culture: dalla Svizzera a Berlino, dai Paesi Bassi ai paesi scandinavi. Inevitabilmente, per contrasto, non si può non pensare all’ipocrisia tutta italiana dei falsi cristiani che ci governano, e che impedisce ai nostri parlamenti di affrontare un tema che sta a cuore ai tanti che, come me, hanno visto i propri cari soffrire pene indicibili prima di arrivare alla liberazione della morte. Un libro che, con delicatezza, ci mette di fronte alla cruda realtà. A voi decidere se leggerlo o meno.
