Nella carne di David

Inizia

David Szalay, ungherese nato a Montreal, cresciuto tra l’Europa e il Nord America, e che attualmente vive a Vienna, sta finalmente ottenendo il successo che uno scrittore della sua qualità merita, grazie al romanzo Flesh, pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo di Nella carne (chissà perché la traduttrice, Anna Rusconi, ha sentito il bisogno di aggiungere “nella” nel titolo), vincitore dell’ultimo Booker Prize.

L’editore presenta il romanzo con le seguenti parole: “È un cerchio perfetto la vita di István, che si dipana in un’alternanza di successi e disfatte sullo sfondo della storia europea degli ultimi quarant’anni. Dall’Ungheria a Londra e ritorno, dal crollo della Cortina di ferro alla pandemia, passando per la seconda guerra del Golfo e l’ingresso nell’Unione Europea dei Paesi dell’ex blocco sovietico, la sua è la parabola di un uomo in balìa di forze che non è in grado di controllare: non solo quelle all’opera sullo scacchiere politico del Vecchio Continente, che lo manovrano come un fantoccio, ma anche quelle – istintive – che ne governano la carne, spesso imprimendo svolte decisive alla sua esistenza. Tutto – i traumi e i lutti, i traguardi raggiunti e le potenziali soddisfazioni – lo lascia ugualmente impassibile, pronto a fronteggiare ogni accadimento, dal più fortunato al più tragico, con l’arma del suo laconico: «Okay». E forse è davvero questa l’unica ricetta per attraversare incolumi il tempo che ci è concesso in sorte: solcarlo senza illusioni, abbandonandosi alla corrente. Con questo romanzo David Szalay ci consegna un personaggio insieme magnetico e respingente, un discendente ideale della stirpe di Barry Lyndon e Meursault – e si conferma uno dei più singolari e ironici cantori del nostro acuto smarrimento”.

Nella carne

Scritto in terza persona, per creare il giusto distacco tra autore e testo, la scrittura di Szalay coinvolge il lettore in maniera calma ma tenace, fino a farlo partecipare direttamente alla vita di Istvàn. Almeno questo è quello che è capitato a me. Leggevo un capitolo, mi fermavo, riflettevo su quanto letto, ripercorrevo il mio vissuto a quell’età, e poi riprendevo la lettura, perché non riuscivo a staccarmi dalla vita del protagonista. Allo stesso tempo riuscivo ad apprezzare lo stile di scrittura di Szalay, a me già noto, ma che, come un buon vino, migliora di anno in anno, di libro in libro.

Sono felice del successo e della popolarità che sta incontrando Szalay in Italia, perché finalmente vedo riconosciuto dai più quello che io gli avevo riconosciuto anni fa quando nel 2018 lessi il suo primo libro di racconti, Tutto quello che è un uomo, 9 ritratti di uomini di tutte le età, fotografati in un momento di particolare fragilità. La smentita del pregiudizio diffuso che “gli uomini sono tutti uguali”. Quella scrittura essenziale, senza commenti, quasi giornalistica che, allo stesso tempo, con precisione chirurgica, mi colpiva dritto al cuore, mi fece innamorare dello scrittore ungherese. Tutti questi pregi li ritrovai nella raccolta di racconti successiva, Turbolenza, in cui l’autore fotografa 12 uomini e donne in uno stato di turbolenza emotiva, per gestire la quale c’è bisogno di allontanarsi, di prendere un aereo e andare via.

Anche nel suo primo romanzo, Primavera, che ho letto per ultimo, trovandolo perciò un po’ acerbo rispetto alle scritture successive, sono già ben evidenti i pregi di Szalay; su racconta dell’incontro di due giovani, James e Katherine, e dei loro alti e bassi, nella Londra degli anni duemila. Con le loro discese e risalite, non troppo dissimili rispetto a quelle di Istvàn, i protagonisti diventano, loro malgrado, lo specchio di un’intera generazione.

Insomma, per me Szalay è immenso, leggetelo!

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