Il mio amore per l’Uganda nacque quando avevo nove anni, grazie alla trasmissione televisiva Flash di Mike Bongiorno, uno dei suoi ultimi programmi Rai. Ospite del programma era Vittorio Pastori, noto come Vittorione a causa della sua mole, che spiegava il suo progetto di scavare dei pozzi in Karamoja, regione del nord-est dell’Uganda, colpita da una siccità senza precedenti. L’Uganda tutta, da poco liberatasi dalla dittatura di Idi Amin Dada, era un Paese povero, e il Karamoja la sua regione più colpita da fame e sete. Con la sua presenza in televisione, don Vittorio cercava di sensibilizzare sul suo progetto e chiedeva un aiuto economico per renderlo reale. Io rimasi sconvolto da quanto avevo appena visto e sentito: non sapevo, fino ad allora, che al mondo potessero esserci dei bambini che non avevan cibo e nemmeno acqua, e feci l’unica cosa che ero in grado di fare, mandare tutti i miei risparmi, dodicimila lire, all’organizzazione fondata da don Vittorio, il Comitato Amici dell’Uganda – Movimento Africa Mission. Era l’aprile del 1982.
Il mio scambio epistolare con Africa Mission continuò negli anni e il mio amore, per l’Africa in generale e per l’Uganda in particolare, si consolidò, tanto che per l’esame di licenza media preparai una tesina sull’Uganda e il Karamoja, grazie al materiale fornitomi dal Comitato.

Passarono però diversi decenni prima che io arrivassi a visitare l’Uganda, e ancora qualche anno prima di arrivare in Karamoja. La prima volta accadde nel maggio 2017; ci andai con i miei amici Jack e James e con il piccolo Collins (sono tra i miei amici più cari, vi racconterò dettagliatamente di loro in un’altra occasione). Il nostro obiettivo era visitare il parco nazionale di Kidepo, ai confini con il Sud Sudan e il Kenya. Per arrivare fin lì, passammo per il campo profughi che c’era al confine col Sud Sudan, uno dei più grandi del mondo. Rimasi colpito dalla solidarietà espressa dagli ugandesi e dall’aiuto materiale che, nel loro piccolo, cercavano di offrire ai profughi. Mi commosse il fatto che ai piccoli profughi era consentito frequentare le già molto affollate scuole ugandesi.
Arrivati a Kidepo, dopo un giro pomeridiano alla ricerca degli animali, arrivammo in un lodge all’interno del parco nazionale, dove avremmo alloggiato per due notti. Mi fu data una capanna molto confortevole, con un bel letto grande. Il lodge era di proprietà di un signore sudafricano, ed era gestito da un giovane ragazzo del posto, Thomas. Gli unici altri ospiti erano due coppie di anziani bianchi, che chiacchieravano davanti al fuoco (avrei scoperto, a cena, che venivano dall’Australia). Non mi andava di mettermi a chiacchierare con gli altri turisti davanti al fuoco e così, dimenticandomi di avere una certa età, di essere bianco e, soprattutto, di essere un cliente, mi recai dietro le capanne, nei pressi delle cucine, dove c’erano i miei amici che parlavano con i ragazzi del luogo, e mi unii a loro. Mi resi conto di aver fatto qualcosa di inusuale solo quando vidi la faccia spaventata di Thomas, allora gli chiesi il permesso di restare e lui, giocoforza, acconsentì.

Quei due giorni passarono in un lampo, tra i safari alla ricerca degli animali, la visita a un villaggio karamojong alle 7 di mattina con relativa danza di benvenuto, e l’ospitalità perfetta di Thomas. Lasciato il Karamoja, il nostro viaggio continuò verso altre regioni, anche se il Karamoja e il giovane karamojong mi erano rimasti ben impressi in mente. Grande fu la mia sorpresa quando, tornato a casa, trovai in Facebook una richiesta di amicizia da parte di Thomas. Naturalmente accettai, e così cominciammo a scriverci e a conoscerci. Thomas aveva 23 anni, proveniva da un villaggio distante una cinquantina di chilometri dal lodge e lì vivevano la nonna, colei che l’aveva cresciuto, la sua giovane moglie e il figlioletto Ivan, nato nel 2016, a pochi giorni di distanza da mia nipote Sofia. La vita nel lodge era difficile, soprattutto a causa del proprietario, molto aggressivo nei confronti dei dipendenti, e la lontananza da casa si faceva sentire, dal momento che gli era possibile tornare in famiglia solo per un paio di giorni al mese. Mi chiamava “Sir”, anche se io lo incoraggiavo a chiamarmi per nome, fino a che, quando cominciò a sentirsi a suo agio, diversi mesi dopo, cominciò a chimarmi papà, come mi chiama tuttora. La famiglia di Thomas si ingrandì nel 2019, con l’arrivo di Emily, e il ragazzo si sentiva finalmente felice: aveva un buon lavoro, una moglie adorabile, due splendidi bambini e naturalmente la nonna, colei che l’aveva fatto diventare un uomo.

Ma la pandemia ha colpito ovunque, anche in Uganda, anche in Karamoja. Nessun turista va in visita al parco nazionale di Kidepo e di conseguenza Thomas perde il lavoro. La nonna si ammala e purtroppo questo odiosissimo 2020 se la porta via, noi non riusciamo a sentirci più come prima, perché al villaggio non c’è possibilità di collegarsi a internet, ma Thomas mi scrive ogni volta che può. Il 2021 sembra partire meglio, con la ripresa del lavoro, ma soprattutto con l’arrivo di un nuovo bambino. Grande è la mia sorpresa quando Thomas mi comunica il nome che hanno scelto per lui: Maurizio. Sono onorato per questa scelta, e allo stesso tempo non posso fare a meno di chiedermi quanto suoni esotico questo nome in Karamoja. Nelle nostre comunicazioni Maurizio diventa, inevitabilmente, little Maurizio. Poche settimane fa ricevo una sua foto: ha gli occhi vispi e un visetto birichino, da scugnizzo doc. Anche se non l’ho ancora incontrato di persona, sento di voler bene a questo bambino, così come a Ivan ed Emily. Purtroppo le cose si complicano: il COVID-19 continua a flagellare anche l’Uganda e Thomas si ritrova di nuovo senza lavoro. La pandemia non è l’unico flagello del luogo; la malaria è infatti sempre presente, e spesso in quelle zone è difficile, e sempre costoso, reperire le medicine. Mentre da noi ci sono manifestazioni assurde di gente che, non solo non vuole vaccinarsi, ma pretende anche di costituire un pericolo per gli altri, in altre parti del mondo si soffre di malattie che in occidente sono debellate o sotto controllo. In settimana ho saputo che Maurizio si è ammalato di malaria; Thomas si è fiondato in città per comprare le medicine e piano piano Maurizietto si sta riprendendo. Speriamo di poter, in un giorno non lontano, tornare in Uganda e conoscere Maurizio piccolo di persona.



mi hai catapultato in africa, e ricordo perfettamente che gia’ alle medie me ne parlavi. Uno splendido racconto. Tifo per maurizio piccolo, del quale vorrei vedere una foto..
La pubblicherò quando il padre mi darà l’approvazione. Glielo chiederò appena little Maurizio si riprende
Che splendore quest’amicizia. Non conosco i doni che hai offerto tu a Thomas, ma i suoi per te -chiamarti papà e dare il tuo nome al piccolo nuovo arrivato- sono una grande lezione di umanitá e umanesimo. Grazie per questo racconto.
Ciò per cui vale vivere la vita. Un’esperienza che tocca nel profondo. Little Maurizio si riprenderà presto e un giorno potrete incontrarvi. Thomas ha chiamato come te suo figlio per tenere saldo il legame di amicizia e per assicurare a suo figlio l’amore di un benefattore che non si scorderà di lui nei momenti importanti della sua vita. Un filo che unirà le due vite dei Maurizio che non si spezzerà nonostante la distanza. Un bacio a entrambi.
Maurizio piccolo è tornato a casa, e oggi Thomas ha fatto la prima dose di vaccino anti-COVID
Che bella storia… e che bello che sia reale!
Una storia molto bella , sapevo del tuo amore per l’Uganda e la storia del piccolo Maurizio mi riempie il cuore di tenerezza. Speriamo di poter ritornare presto in Africa!
Molto bello questo pezzo di vita, Maury, sei unico
Little Maurizio sarà un sognatore come big Maurizio