
Tanti anni fa, quando il mondo era diverso, ebbi il privilegio di visitare il Sudan. Era un viaggio internazionale ed ero accompagnato da un giovane archeologo toscano, Stefano Lucchesi che, oltre a essere molto colto (per tutto il viaggio fornì spiegazioni in tre lingue: italiano, inglese e tedesco), era molto appassionato, tanto da tradurre per noi i geroglifici. Da allora ho sempre desiderato viaggiare di nuovo con lui.
Da tempo volevo visitare l’Algeria; perche’ non farlo con Stefano che, nel frattempo, ha fondato un tour operator insieme al socio Gianluca, I Viaggi di Jamila? Detto fatto; dopo aver contattato Stefano, mi sono assicurato due posti nel suo viaggio: viene con me Lucia, l’amica che ho conosciuto in Malawi. E così, nell’ottobre 2024, si parte!
Il programma è molto interessante, perchè include sia la scoperta dell’Algeria romana, con la visita dei siti archeologici sulle sponde del Mediterraneo e sulle colline dell’Atlante, sia la regione del deserto. Dopo una breve sosta ad Algeri, comincia il nostro viaggio, non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Ci ritroviamo in Mauretania, ai tempi dei romani, e visitiamo così Cesarea. Il museo archeologico ci permette di capire la vita di quei tempi. Ci spostiamo poi a Tipasa, un gioiello del Mediterraneo, con la città antica, e le rovine delle prime chiese paleocristiane, affacciate sul mare. Per me questo diventa un viaggio non solo nel tempo “storico”, ma anche nel tempo “interiore”. Non posso non pensare alla mia infanzia nei Campi Flegrei, e in particolare alle terme romane di Baia, anch’esse affacciate sul mare; non posso non pensare a uno dei miei primi viaggi dell’adolescenza, in Tunisia con la mia famiglia, in particolare a Cartagine e alle sue rovine. Di ritorno verso Algeri, ci fermiamo a visitare il mausoleo di Giuba II e di sua moglie Cleopatra Selene, situato su un promontorio sulla costa. Ancora una volta, il panorama mi emoziona e mi fa ritornare bambino.

Il giorno dopo è la volta di una delle punte di diamante di questo viaggio, Djamila, termine che in arabo vuol dire “la bella”. Città perfettamente conservata, ci invita a passeggiare per le sue vie, tra il foro e l’arco di trionfo di Caracalla. Notevole anche la presenza delle basiliche cristiane. Il museo del sito conserva mosaici di rara bellezza. Di sera ci dirigiamo a Costantine, capitale dell’antica Numidia e oggi terza città dell’Algeria, nonchè capoluogo dell’Atlante orientale. Alloggiamo al Novotel, in centro, nei pressi della prefettura, e pernottiamo per due notti. L’accoglienza è calorosa, mediterranea. Anche i camerieri del ristorante, che non parlano inglese ma francese, sono contenti di comunicare con noi. Visito Costantine sia in gruppo che da solo, e rimango affascinato da questa città, piena di discese e risalite, mi colpisce il suo caos non eccessivamente rumoroso. Un pomeriggio, mentre siamo in gruppo ad ammirare un panorama, mi accorgo di un uomo che ci osserva, poco distante da noi. Come ci muoviamo, si muove anche lui, pur mantenendo una certa distanza dal gruppo. Penso che sia un borseggiatore, e allora decido di avvicinarmi a lui, per fargli capire che ho capito. Con mia sorpresa mi sorride e, parlandomi in inglese, mi chiede se mi piaccia la città. Mi spiega che è un poliziotto che, in borghese, ci sta scortando, per evitare che i turisti, sempre benvenuti in Algeria, vengano molestati o disturbati. Continuerà a seguirci discretamente, fino a che non saremo tutti sull’autobus, pronti a ripartire. Il nostro giro continua con la visita di Lambaesis, un insediamento di origine militare, e poi di Timgad, sito patrimonio dell’UNESCO. Passeggiamo tra le rovine della città, godendoci il foro, il teatro, l’arco di Traiano.


Si ritorna ad Algeri, brevemente, per una sosta ristoratrice prima di prendere un volo interno per Djanet, nell’altopiano del Tassili n’Ajjer, sud-est del Paese, ai confini con Libia e Niger. Ci accoglie un giovane uomo, Ahmed, vestito con un elegantissimo abito tradizionale; insieme al suo gruppo di autisti, ci accompagnerà in questi giorni. Ahmed parla perfettamente italiano, pur non essendo mai stato in Italia. Sono giorni intensi, di una bellezza difficile da esprimere con le parole. La luce e i colori del deserto vanno vissuti, più che raccontati. I nostri giorni a Djanet sono ricchi, di pace. Il deserto mi dà l’occasione per riconnettermi con me stesso. Impressionanti le zone del Timghas e Tikabaouine, per i labirinti di roccia in pietra arenaria. Emozionante la Ghelta di Essendilene, dove passeggiamo, in una foresta di oleandri circondati da pareti in arenaria, fino a raggiungere la sorgente d’acqua (ghelta, in arabo, vuol dire sorgente d’acqua dolce in un ambiente arido). Non possono mancare le dune, come quelle dell’Erg Admer, che rappresentano perfettamente l’idea che si ha di deserto, sebbene qui le dune coprano solo il 30% della superficie desertica. Per tutto il tempo, siamo accuditi, ma io direi addirittura coccolati, da Ahmed e dal suo team. Con la fierezza tipica dei tuareg, ci osservano e vengono in aiuto ogni volta che qualcuno ha difficoltà a camminare, ci preparano il pranzo, si occupano del tè, conversano con noi in macchina. E’ un piacere per me chiacchierare con Ahmed, scoprire una vita così distante dalla mia e allo stesso tempo così affascinante. Quando ci rechiamo all’aeroporto, per prendere il volo notturno per Algeri, Ahmed ci accompagna e si occupa di aiutarci a fare il check in allo sportello. Quando arrivo in aereo, mi accorgo che mi è stato assegnato un posto di prima classe. Non appena realizzo che i miei vicini di posto sono Lucia e Stefano, capisco che Ahmed ci ha fatto un regalo di saluto.





Arrivato ad Algeri, mi sembra di essere a casa, pur non avendo mai messo piede prima in questa città. Eppure, sarà l’aria del Mediterraneo, tutto mi sembra familiare. Man mano che cammino per Algeri, mi sembra di essere a Napoli: il mare, le discese e le salite, ma soprattutto i vicoli, il rumore, il chiasso che non disturba… E poi le vie eleganti, che contrastano con i vicoli ma che insieme accolgono il visitatore. Anche qui mi rendo conto che c’è qualcuno che ci scorta, in maniera discreta e silenziosa. A pranzo siamo invitati a casa di una signora, a mangiare i piatti tradizionali e, sorpresa, vengono servite le alici fritte, le stesse che mi preparava con amore mia madre, e che non ho più mangiato da quando e’ morta (Proust, come ti capisco) . Lo scrivo ancora una volta, mi sembra di essere a casa. Nel pomeriggio, a passeggio per le vie del centro, mi fermo ad assaggiare le paste di mandorle, il cui sapore non ha niente da invidiare a quelle siciliane, tanto che decido di comprarne una confezione da portare in Italia, dove torneremo fra poche ore.



Questo viaggio mi ha reso evidente che il Mediterraneo, questo mare che separa le coste africane dall’Europa, in realtà rende le nostre culture tanto simili fino a fonderle in una unica, ma questo purtroppo lo hanno capito in pochissimi. Spero di tornare, un giorno, in questo magnifico Paese.



Racconto stupendo e pieno di emozioni
Quanta bellezza, caro Maurizio ! Che tristezza oggi che parte del mondo non si possa percorrere liberamente.
Grazie, come sempre, per il racconto.
Ho inserito l’Algeria nella mia lista dei viaggi futuri.
E cosa dire delle alici fritte, segno di vicinanza tra i Paesi mediterranei. Per me non sono una madeleine, ma le cerco sempre sul Mare Nostro: le piu’ recenti nel novembre scorso a Procida 😁)
Questo articolo ha prodotto un invito a cena con piatto a sorpresa: alici fritte!
Grazie infinite alla signora Adele.
Grazie Maurizio! Mi hai fatto tornare in Algeria e rivivere quei luoghi e quelle emozioni! E quanto vorrei tornare a mangiare i loro datteri freschi!!! A presto!