Liberia e Sierra Leone, terre di uomini liberati

Inizia

Lasciata la Guinea Conakry, il viaggio di Transafrica prosegue in Liberia,nostra prima destinazine Ganta.

Tramonto

A Ganta l’albergo e’ pieno, c’e’ overbooking, e cosi’ chiedono ad alcuni di noi di soggiornare in un altro albergo della stessa catena, distante poche centinaia di metri dal primo. La cena e la colazione saranno servite nell’albergo principale. Accetto senza problemi e vado nel nuovo albergo. Una volta sistemati i bagagli, decido di fare una passeggiata per la cittadina e poi andare a incontrare gli altri nell’albergo principale. Tra i due alberghi c’e’ un mercato, cosi’ mi metto a girare tra le bancarelle, attirando l’attenzione della folla, dal momento che sono l’unico bianco. Tutti mi fermano, vogliono sapere da dove vengo, cosa ci faccio li’. Comincio a immaginare come si sentano le persone famose quando vanno in giro. Arrivato in albergo, ho un incontro inatteso e sorprendente: Yaya, la mia guida in Ghana, Togo, Benin, Burkina Faso nel 2013, nonche’ mio amico,  e’ li’ con un gruppo di turisti inglesi. Riusciamo a salutarci, ma non possiamo parlare molto. A causa dell’overbooking il gruppo di Yaya viene trasferito in un altro hotel, diverso dal mio. Purtroppo non ci incontreremo piu’.

Monrovia2

Il giorno dopo partiamo per Monrovia, la capitale di questo Paese che e’ stato l’unico a non essere mai ufficialmente colonizzato, pur essendo, da sempre, sotto l’influenza statunitense, tanto da avere una bandiera molto simile a quella americana. Viaggiamo, dall’interno del Paese, verso l’oceano. Per pranzo ci fermiamo lungo la strada, in un villaggio dal nome particolare, Kakata. Approfitto della pausa per fare due passi e anche qui, come a Ganta, tutti mi fermano per parlarmi.

Kakata

In pomeriggio arriviamo finalmente a Monrovia. Alloggiamo in un bellissimo hotel, dotato di piscina e con vista sull’oceano. C’e’ la palestra, la possibilita’ di fare massaggi (occasione che non mi lascero’ scappare). Ma soprattutto c’e’ il mare di fronte a noi. La prima cosa che faccio e’ una passeggiata sulla spiaggia. Chiedo informazioni all’albergo su come raggiungerla, e il manager decide che un membro del suo staff mi accompagnera’. La Liberia e’ un paese sicuro e gli abitanti sono orgogliosi di mostrarcelo. E’ cosi’ che conosco Zola, giovane uomo locale, molto loquace ed entusiasta. Sulla spiaggia si uniscono altri due viaggiatori, rendendo la passeggiata ancora piu’ interessante. Zola ci racconta della vita a Monrovia, delle difficolta’ del passato, che piano piano stanno risolvendo, dell’entusiasmo che la popolazione, mediamente molto giovane, ha, dopo aver superato guerra civile ed ebola. Non e’ raro purtroppo (e sara’ lo stesso in Sierra Leone) incontrare persone mutilate, che ci ricordano il passato recente, ma Zola e’ proiettato sul futuro, con tutto l’entusiasmo possibile. Quel giorno indosso una maglietta che indica le ricchezze dell’Africa e di come il mondo abbia bisogno dell’Africa, quella maglietta che un compagno di viaggio ha definito “controversa”; Zola apprezza molto la maglietta, vorrebbe che gliela regalassi, ma non posso. Mi faro’ perdonare regalandogli la maglietta del Napoli di Maradona. Zola ama la musica, registra video, disponibili anche su Youtube, e sogna che qualcuno presto riconosca il suo talento. Nel frattempo, lavora in albergo con impegno ed entusiasmo.

Africa
Zola

Il giorno successivo e’ tutto dedicato alla visita di Monrovia, un ottimo modo per scoprire la storia, remota e recente, di questo paese. Camminiamo a piedi, ci facciamo trasportare dalla vitalita’ di questa citta’ giovane. Gli indigeni ci guardano incuriositi, perche’ non sono ancora abituati ai turisti. Una guida locale ci accompagna lungo il percorso e ci racconta, dall’arrivo dei primi schiavi liberati, alla guerra civile di pochi anni fa. Ci rechiamo al Ducor Palace Hotel, ormai in abbandono dalla guerra civile, che fu un albergo a cinque stelle, dal quale si ha una vista sull’oceano semplicemente mozzafiato. Non si potrebbe entrare, la struttura cade a pezzi, ma il sorvegliante ci accompagna in un tour informale. Trascorriamo molto tempo nelle botteghe d’arte, per me e’ molto difficile distinguere gli oggetti di valore dalla paccottiglia, ma mi diverto  a osservare gli altri che contrattano. In mattinata visitiamo il museo nazionale, dove scopriamo storia e tradizioni della cultura krio. In una delle sale, viene evidenziata l’importanza non solo dell’emancipazione femminile, ma anche, se non soprattutto, della parita’ di genere. La Liberia e’ sempre stata sensibile a questi temi, e lo ha dimostrato con i fatti avendo avuto, tra i primi Paesi al mondo, una Presidente della Repubblica donna: si tratta di Ellen Eugenia Johnson Sirleaf, nota come Mamma Ellen, politica, economista, imprenditrice e Presidente della Repubblica tra il 2006 e il 2018.

Monrovia3
MuseoMonrovia

Per pranzo andiamo in una trattoria locale, dove servono i piatti tipici dell’Africa occidentale. Io mi fiondo sul riso jollof, ma devo ammettere che anche il fufu ha un aspetto molto invitante. In pomeriggio visitiamo un monumento molto importante, e per me sorprendente: la sede  della massoneria. Imparo cosi’ che alcuni dei primi schiavi liberati erano massoni, e, all’arrivo in Liberia, fondarono la sede di Monrovia, tra le prime, o forse la prima, in Africa.  Ben 15 Capi di Stato sono stati, o sono, massoni, tra cui il ben noto George Weah, il cui cognome qui si pronuncia nella maniera giusta, “Uiah”.

Presidente

A cena ci attende una sorpresa, ceneremo con due VIP: Norris, sottosegretario al Ministero del Turismo, e Angel, tecnico al Ministero della Cultura. Si tratta di due giovani pieni di entusiasmo, (che in Italia non avebbero alcun incarico di rilievo) che stanno sviluppando l’industria turistica del loro Paese e sono curiosi di ascoltarci e conoscere le nostre esperienze, in Liberia e altrove.

Il mattino seguente partiamo per la Sierra leone, direzione nord. Il viaggio per arrivare al confine, definito dal fiume Mano, e’ lungo. Arriviamo alla frontiera all’ora di pranzo: fa caldo, e le pratiche per il visto saranno lunghe, per cui entriamo in una capanna, che funge da ristorante, per mangiare qualcosa e ripararci dal sole. Nel ristorante c’e’ una bambina piccolissima, che impara a camminare usando il girello. All’arrivo di una quindicina di persone tutte insieme, la piccola non puo’ piu’ muoversi liberamente e decide di esprimere tutta la sua indignazione urlando. Penso di prenderla in braccio per calmarla anche se non mi sorprenderei se si mettesse a urlare sempre piu’ forte. Invece sono fortunato, la bambina si calma e osserva in silenzio tutti questi uomini e donne bianche, la curiosita’ ha prevalso sulla paura. Le do una piccola banana, che mangia soddisfatta mentre la tengo in braccio.     

Bimbabanana

Dopo aver attraversato la frontiera con la Liberia, la nostra destinazione è Bo, dove arriviamo in serata. Lungo la strada, poco prima del tramonto, ci fermiamo a osservare i cercatori di diamanti, che scavano a mani nude nelle terre paludose, per conto dei proprietari, che li pagano soltanto un dollaro al giorno. Non è una situazione molto diversa da quelle che avevo già osservato in Burkina Faso e in Ghana con i cercatori d’oro, ma almeno stavolta non ci sono donne e bambini al lavoro, e qui questi giovani uomini sono cordiali, chiedono di essere fotografati, sono contenti di scambiare due parole con il turista bianco. I diamanti, una delle cause principali della guerra civile che ha sconvolto il Paese solo qualche anno fa…

Diamanti
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A Bo alloggiamo in un hotel molto interessante; tutte le stanze affacciano su un cortile comune, e ognuna ha il nome di una nazione africana. A me tocca, neanche a farlo a posta, l’Uganda. L’albergo è pieno, pieno di uomini, occidentali e asiatici, che sono lì per affari, noi siamo gli unici turisti. La mattina dopo, a colazione, vedo che arrivano molte persone dall’esterno e si dirigono nella sala riunioni del centro congressi. Le accoglie un giovane con cui, appena iniziata la riunione, faccio due chiacchiere: si chiama Nabie, è un funzionario ministeriale, e mi spiega che stanno tenendo un corso per la commissione elettorale della regione di Bo, in modo che siano tutti preparati quando, nel 2026, si terranno le elezioni locali. Nabie è sposato, ha un figlio, vive e lavora a Freetown e verrà a farmi visita l’ultima sera di viaggio, proprio a Freetown, quando avremo tempo di bere un drink assieme e di raccontarci di noi e dei nostri Paesi.

Pescatore

Dopo un giro per la città di Bo ci mettiamo in cammino fino a raggiungere un villaggio remoto, dove facciamo una delle esperienze più intense di questo viaggio, assistiamo infatti alla danza delle maschere Bundo, della popolazione Mende. A differenza della maggior parte degli spettacoli con le maschere, qui sono le donne, dalle bambine alle donne adulte, a dominare la scena. Ci sono anche gli uomini, naturalmente, un paio di essi danno vita a dei numeri di notevole acrobazia. La musica è notevole, sembra che suonino musicisti professionisti. Lo spettacolo dura ore, eppure io, cosa incredibile, non mi annoio mai; mentre guardo queste giovani piene di energia danzare, mentre guardo questi giovani acrobati fare arte col proprio corpo, mentre ascolto questi giovani musicisti suonare, li immagino esibirsi in un teatro di Londra, Parigi, Berlino, New York, teatro che sarebbe di sicuro strapieno. Non posso non pensare a quanto conti il luogo di nascita, non posso non pensare a quanto non ci sia alcun merito a nascere in un posto, così come non c’è alcun demerito a nascere in un altro.

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Nel tardo pomeriggio ci imbarchiamo per raggiungere le Banana Islands, dove trascorreremo, in tenda, le due notti successive. Ceneremo, faremo colazione e pranzeremo all’aria aperta, le nostre tende sono nascoste nella foresta che si affaccia sull’oceano. Ancora una volta, la natura ci regala un paradiso terrestre. Il cibo è favoloso, mangio prevalentemente pesce (come nel resto del viaggio in Liberia e Sierra Leone), sempre freschissimo. La mattina dopo saliamo su una barca di legno per circumnavigare l’isola, che in realtà è costituita da 3 isole, Dublin, la “capitale”, Ricketts, a ovest, e infine Mesmui, più a sud. Accompagnati dai ragazzi del lodge e da una guida locale, visitiamo I villaggi di pescatori, le chiese sparse sull’isola, e abbiamo il privilegio di entrare in una scuola elementare. Ci sono solo due insegnanti, due giovani volontari, per cinque classi, e così si fa lezione tutti insieme. Tutto quello che hanno a disposizione in classe è una lavagna e dei gessetti bianchi, eppure i bambini si sentono privilegiati a essere lì, perché sanno che non tutti i bambini possono permettersi la scuola. Questi piccoli fanciulli ci raccontano cosa vogliono fare da grandi, in pratica ci raccontano i loro sogni: l’insegnante, l’ingegnere, l’avvocato, l’elettricista… Chissà quanti ce la faranno veramente. Alla mia età sono consapevole che la forza di volontà è solo una delle componenti che servono per riuscire nella vita, e che il concetto di merito è stato inventato da chi ha di più, per giustificare i propri privilegi… Nel pomeriggio relax sulla spiaggia, dove mi godo, oltre al sole, un bellissimo, lunghissimo bagno.

Banana
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Oceano

La mattina dopo ci imbarchiamo per tornare sulla terra ferma e trascorriamo del tempo nella penisola di Freetown, in particolare sulla River Beach, dove mi concedo un altro lunghissimo bagno. Noto che la maggior parte dei compagni di viaggio non ama bagnarsi, anzi sembra non amare proprio la spiaggia; come già ieri, siamo solo in 3 a fare il bagno. Dopo essermi asciugato e cambiato, faccio un giro per i negozietti che ci sono vicino alla spiaggia e decido di comprarmi una casacca con i colori della bandiera della Sierra Leone. Tra questi negozietti conosco George, che lavora nel complesso sulla spiaggia ed è molto impegnato nella comunità, in particolare nella costruzione di una nuova strada e di una nuova scuola per il villaggio. Resteremo in contatto anche dopo la fine del viaggio. Dopo un pranzo sulla spiaggia a base di aragosta, ci dirigiamo a Freetown. Ceneremo in un ristorante sulla spiaggia gestito da un italiano. Il nome del ristorante è Gigi bontà. Io sono perplesso, ma i compagni di viaggio cercano pizze e cibi simili; per mia fortuna il ristorante offre anche piatti africani, e così ho l’occasione di gustare uno spezzatino di pesce, piccante al punto giusto, come piace a me.

RiverBeach
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L’ultimo giorno di viaggio, o meglio l’ultima mattinata, è dedicata alla scoperta di Freetown, la città che nacque perché nel 1786 arrivarono circa 300 schiavi che, negli Stati Uniti, avevano combattuto a fianco degli inglesi durante la guerra di indipendenza. Gli inglesi li liberarono e li destinarono a questa terra. La vita non fu clemente con loro, ma la storia è nota, non sto a riassumerla qua. Sono felicissimo di essere qua, mi sembra di conoscere già questi luoghi, forse perché una delle letture più belle degli ultimi anni è stata il libro Freetown di Federico Monica. Giriamo per la città, visitiamo il museo di storia e tradizioni del Paese, e non posso fare a meno di pensare a quanto più ricchi sarebbero i musei africani se l’occidente restituisse quanto preso durante il colonialismo. Freetown è caotica, trafficatissima, eppure così affascinante. Mi emoziona sostare davanti all’albero di cotone, simbolo della città, anche se è stato quasi abbattuto dalle alluvioni del maggio 2023.

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Freetown
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E’ arrivato il momento di partire, di lasciare questo Paese giovane, dinamico, proiettato verso il futuro. Raggiungeremo l’aeroporto via mare, mentre aspettiamo il traghetto ci concediamo, al porto, l’ultimo pranzo africano. L’ora è giunta, sto per lasciare, una volta ancora, l’Africa ma so già che, come sempre, l’Africa non lascerà mai me.   

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