Un romanzo musicale: Autoritratto con pianoforte russo

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Conoscete Wolf Wondrarschek? E’ uno scrittore, poeta e sceneggiatore tedesco, che io fino a qualche settimana fa non conoscevo. Ho colmato questa lacuna grazie alla lettura di Autoritratto con pianoforte russo, pubblicato pochi mesi fa da Voland, con la traduzione di Cristina Vezzaro. Siamo a Vienna, due uomini si incontrano in un caffè: l’anziano Suvorin, pianista russo in esilio, che ha rinunciato alla carriera perché infastidito dal suono degli applausi, racconta la sua vita a un giovane scrittore austriaco. Più che di dialogo, si tratta di un monologo: Suvorin ripercorre la sua vita, con nostalgia e tenerezza, per quello che è stato e non sarà mai più. L’amore per la moglie, il desiderio di trasferirsi a Sanremo, la patria abbandonata e le riflessioni sul progressivo imbarbarimento della Russia… Ma anche amare considerazioni sul presente, fatto di solitudine, una solitudine popolata di fantasmi e note perdute.

Tanti sono i temi di questo romanzo: la vecchiaia, che talvolta può essere molto dura, specialmente quando la si vive in una solitudine non voluta ma subita. Il lavoro, caratterizzato da disciplina, fatica, ricerca della perfezione. Il successo, cercato, voluto e poi rifiutato. E poi la musica, la grande protagonista del romanzo. Mentre racconta, Suvorin dice: “Penso sempre ancora a tutti quelli che pregano e se ne stanno in silenzio, quando penso alla musica. In ogni nota sento sempre ancora, quando sento musica, la pioggia”.

Sull’amore, Suvorin ci racconta, con un certo umorismo, una grande verità che non vogliamo mai ammettere: “Vede, mio caro, non tutto ciò che si ama è tollerabile”.

Non so se sia possibile descrivere la musica con le parole, eppure quello che Wondratschek riesce a fare con questo romanzo, è proprio dare la parola alla musica, indirettamente, grazie alle emozioni che suscita, alla disciplina che richiede, alla presenza che ha nella vita di ciascuno di noi. Una presenza che, nella vita di Suvorin, è diventata malinconica, tanto da avermi riportato alla memoria una canzone di Finardi di qualche anno fa, interpretata splendidamente da Alice: “ E da allora canta sempre, la stessa melodia, una canzone d’amore in la minore, che è la nota della malinconia”.

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