Nino D’Angelo, il poeta che non sa parlare

Inizia

Quando ero adolescente, tanti tanti anni fa, aveva molto successo un giovane cantante napoletano, dal caschetto biondo, Nino D’Angelo. Con la certezza che solo gli adolescenti hanno, e che poi, per fortuna, la maturità spesso trasforma in dubbio, avevo deciso non solo che Nino D’Angelo non mi piaceva, ma che la canzone napoletana tutta non mi piaceva: troppo vecchia, troppo volgare…

Avrei presto cambiato idea: sulla canzone napoletana quasi subito, essendomi reso conto di quale patrimonio culturale e storico rappresentasse. Su Nino D’Angelo, tre sono stati i momenti principali che mi hanno fatto cambiare idea su di lui. Non riesco più a datarli, è passato troppo tempo, ma li ricordo perfettamente, come fosse ora: il primo avvenne in una trasmissione televisiva dedicata ai Beatles, in cui D’Angelo si esibì in una versione napoletanizzata di “Let it be”, dal titolo “Gesù Crì”. Ascoltai, con mio sommo stupore, una poesia in musica, che mi commosse, e che purtroppo non ho mai trovato in commercio (ho scoperto, leggendo il libro che sto per presentarvi, che mai questa versione è stata incisa). Il secondo episodio avvenne durante uno dei miei ritorni a Napoli, a casa dei miei genitori: mia madre mi informò che stavano andando a teatro, a vedere Nino D’Angelo che recitava Viviani (autore da sempre amatissimo) e mi invitò a unirmi a loro. Accettai immediatamente, e, una volta a teatro, non solo ebbi la conferma che D’Angelo fosse un grande attore (lo avevo già intuito dai suoi film), ma anche che aveva la capacità di far avvicinare al teatro persone che, fino a quel momento, a teatro non erano andate mai. Il terzo episodio fu un Sanremo, credo dei primi anni duemila, durante il quale D’Angelo presentò la canzone “Senza giacca e cravatta”, che ascolto tuttora; si tratta di una canzone stupenda dal punto di vista musicale, nel cui testo si identificano tutti quelli come me che, nel corso della loro vita, hanno lavorato duro ma hanno raccolto anche tante soddisfazioni.

Senza giacca e cravatta

Vi sto raccontando tutto questo perché l’editore Baldini e Castoldi ha pubblicato l’autobiografia di Nino D’Angelo, intitolata Il poeta che non sa parlare, con la prefazione di Nicola Lagioia. In questo libro l’artista si racconta, partendo dalla sua infanzia, fino ad arrivare ai nostri giorni. Si parla tanto di povertà, quella cosa che si può amare di una visione romantica solo se non si è poveri, ma la si può trattare con il dovuto rispetto, come fa l’autore. Si parla di talento, quel dono che a pochi è riservato, ma anche del lavoro necessario per coltivarlo, accrescerlo, proteggerlo. Si raccontano i successi, ma anche i momenti duri, le battute d’arresto, le depressioni. Non mancano gli incontri importanti, siano essi in positivo che in negativo: Mario Merola, De Laurentis, Maradona, Pupi Avati, Billy Preston tra gli altri. Si racconta del legame con Napoli, un cordone ombelicale che, come chi scrive ben sa, non si può mai recidere: l’amore della città e per la città, ma anche i pregiudizi che hanno, troppe volte, accompagnato il percorso dell’artista, da parte di una certa Napoli della quale io da ragazzo, involontariamente e senza averne alcun titolo, ho fatto parte. Il libro si conclude con i testi di alcune canzoni, non necessariamente le più famose, che, lette senza musica, diventano poesia napoletana.

Nella mia vita non ho mai incontrato Nino D’Angelo di persona, e probabilmente non lo incontrerò nemmeno in futuro. Con questo articolo vorrei chiedergli scusa per l’adolescente supponente che sono stato, e consigliare vivamente a voi la lettura di questo libro: non si tratta di letteratura, ma di vita vera.

W la Napoli che si migliora, W Nino D’Angelo!

2 Comments

  1. Ti commento così oggi:
    ” na bandier tutt’azzurr ca rassumigl o ciel e o mar e sta città
    Forza Napoli inda l’uocchie e sti juagliun ca se scorden e problem e se mettn a cantà
    NAPOLI NAPOLI NAPOLI QUEI RAGAZZI DELLA CURVA B

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