Perché il bambino cuoce nella polenta: l’infanzia e i suoi dolori

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Conoscete Aglaja Veteranyi? Io ho scoperto la sua storia solo pochi anni fa. Scrittrice rumena naturalizzata svizzera, nacque a Bucarest nel 1962, da una famiglia in parte ungherese, che era dedita all’arte circense. La sua infanzia fu caratterizzata dai continui spostamenti dovuti alle tournée circensi, a cui prese parte attiva fin dall’età di tre anni. Il circo portò Aglaja e la sua famiglia in Europa, Africa e Sud America. Nel 1977 fuggì, con la sua famiglia, dalla Romania e dal regime oppressivo di Ceausescu, riparando in Svizzera, a Zurigo.

All’arrivo a Zurigo, quindicenne, non avendo mai ricevuto un’istruzione, la Veteranyi era ancora analfabeta, ma, con una forza di volontà non comune, imparò da autodidatta una nuova lingua, il tedesco, e apprese velocemente a leggere e scrivere. In Svizzera studiò recitazione e si dedicò alla scrittura. Con lo scrittore René Oberholzer fondò il gruppo letterario sperimentale Die Wortepumpe. Nel 1996 diede vita, insieme al suo compagno Jens Nielsen, al gruppo teatrale Die Engelmaschine. I suoi scritti cominciarono a venir pubblicati in riviste e antologie letterarie. Il suo primo romanzo, Warum das Kind in der Polenta kocht, fu pubblicato nel 1999, ottenendo, oltre a un ottimo successo di pubblico e di critica, numerosi riconoscimenti letterari. Nonostante il grande successo, Aglaja Veteranyi si tolse la vita a soli 39 anni, gettandosi nel lago di Zurigo, il 3 febbraio 2002. Il suo secondo romanzo, in realtà scritto prima dell’uscita del romanzo d’esordio, uscì postumo nel 2002.

Il libro che vi propongo oggi è il primo, pubblicato nel 2005 da un piccolo editore e riproposto da Keller nel 2019 con la traduzione di Emanuela Cavallaro, Perché il bambino cuoce nella polenta. Non tutti hanno avuto il privilegio di un’infanzia felice, ma i bambini spesso non hanno ancora gli strumenti per esprimere il dolore, e così raccontano quello che vivono, con pensieri semplici, elementari. In questo romanzo la Veteranyi riesce a tornare bambina e a descrivere ciò che le accade con poche e semplici parole. I capitoli del romanzo sono brevi, fatti di poche frasi, proprio come se fossero scritti da una bambina, le osservazioni spiazzanti e logiche allo stesso tempo.

Eccovi qualche esempio:

Dio parla le lingue straniere?

Capisce anche gli stranieri?

O forse gli angeli stanno in piccole cabine di vetro e traducono?

E DAVVERO ESISTE UN CIRCO IN CIELO?

Mamma dice di sì. Papà ride. Lui ha avuto brutte esperienze con Dio.

Se Dio fosse Dio, dice, scenderebbe giù e ci aiuterebbe.

Ma perché dovrebbe scendere, se comunque noi più tardi saliamo a lui?

Qui ogni paese è all’estero.

Il circo è sempre all’estero. Ma nella roulotte c’è casa. Apro la porta della roulotte il meno possibile, perché casa mia non evapori.

Aglaja Veteranyi riesce, in poche frasi, a raccontare il dolore senza mai menzionarlo. Un libro toccante, triste ma essenziale, che ci porta inevitabilmente a riflettere sui nostri primi dolori. Una lettura importante, per conoscere e onorare quest’artista sfortunata, che in Italia ancora troppo poche persone conoscono.

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