I recinti degli schiavi: il racconto della Libia di un tempo

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Nella lettura, come nella vita, mi piace scoprire ciò che non conosco ancora, e così mi oriento spesso verso autori di paesi a me ignoti, o verso temi dei quali non sono abbastanza consapevole. Talvolta prendo delle cantonate solenni, ma il più delle volte resto molto soddisfatto delle mie scelte.

L’ultima bella sorpresa in ordine di tempo è stato il romanzo della scrittrice libica Najwa Bin Shatwan, I recinti degli schiavi, pubblicato da Atmosphere Libri con la traduzione di Federica Pistono. Non avevo mai letto un romanzo scritto da autori libici, e non perché questi romanzi non esistano, ma perché quasi mai vengono tradotti in italiano. La Bin Sharwan, che il pubblico angolofono apprezza da molto perché i suoi romanzi e racconti sono stati tradotti da tempo in inglese, è una scrittrice eclettica; ha infatti al suo attivo, oltre a romanzi e racconti, anche opere teatrali. Nata in Cirenaica, si trasferì a 24 anni a Bengasi per proseguire gli studi e per insegnare, ma lasciò l’insegnamento pochi anni dopo, per sfuggire alla “cultura di regime” imposta dal governo di Gheddafi. La pubblicazione online di un suo racconto le procurò l’accusa di scrittura eversiva contro il regime. Nel 2012 lasciò la Libia e da allora vive a Roma.

In tutte le sue opere l’autrice mette al centro la condizione del popolo libico, prima, durante e dopo il governo ultra-quarantennale di Gheddafi. Non manca di dare attenzione alla condizione della donna libica, oltre ai giovani libici che lasciano il loro Paese per emigrare in Europa, con tutte le difficoltà d’integrazione che questo comporta.

Il romanzo che vi presento oggi è ambientato tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo in Libia. La trama, così come la riassume l’editore, è la seguente: A Bengasi, agli albori del XX secolo, Atiqa, giovane madre di famiglia, riceve la visita di uno sconosciuto. L’uomo dichiara di chiamarsi Ali, di essere il cugino di Atiqa, di voler svelare alla donna il mistero delle sue origini. Attraverso il racconto di Ali, Atiqa apprende di essere figlia di un ricco mercante bianco, appartenente a un’importante famiglia di Bengasi, e della sua schiava nera, ormai entrambi defunti. La storia d’amore tra padrone e schiava è stata ostacolata in ogni modo dalla famiglia dell’uomo, e infine spezzata. Ali informa Atiqa di aver ottenuto per lei il riconoscimento dei diritti di eredità sul patrimonio paterno.

La storia d’amore tra i genitori di Atiqa non è altro che un pretesto per raccontare la schiavitù vigente in quel periodo e per mostrare che la schiavitù nel Mediterraneo non è stata meno cruenta di quella in America. La condizione di sudditanza della donna è messa in evidenza dalle violenze, sessuali e non solo, subite dalle schiave, talvolta punite anche dalle padrone, ma anche dalle donne libere, sempre subalterne agli uomini. Non mancano episodi di omosessualità, sia maschile che femminile. Si tratta di un romanzo corale, e anche i personaggi minori sono ben delineati. Il mio preferito? Salem, che parla poco e fa molto.

Il romanzo si conclude all’arrivo degli italiani in Libia, che, come scrive l’autrice, più che abolire la schiavitù, sostituirono “la schiavitù dei singoli individui con la schiavitù di un paese intero”.

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