La donna dai piedi nudi: ritratto di madre

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Ho perso mia madre tanti anni fa e per me è importante, almeno una volta all’anno, tornare nella mia città natale e andare al cimitero a salutarla, in questo sono molto foscoliano (forse è un caso, ma Foscolo era uno degli autori preferiti di mia madre). Mi rendo conto che il mio è un privilegio che non tutti hanno, perché troppo lontani dalla terra natale o, peggio ancora, perché non esiste una tomba dove omaggiare la propria madre.

E’ ciò che è successo a centinaia di migliaia di tutsi in Ruanda, specialmente durante il genocidio del 1994. Tanti corpi non seppelliti, tante mamme da non poter pioù salutare. Una di queste è la madre di Scholastique Mukasonga, scrittrice di fama internazionale. La Mukasonga non ha un posto dove piangere la propria madre ma, grazie al suo talento, ha un modo per farla rivivere, e quel modo si chiama letteratura.

L’autrice ruandese ha scritto un libro per ricordare sua madre, anni fa, e ora questo libro, intitolato La donna dai piedi nudi, è finalmente disponibile in italiano, grazie all’editore Utopia e alla traduzione di Giuseppe Giovanni Allegri. L’editore presenta il libro con le seguenti parole: Questo romanzo è una sorta di sudario di parole che l’autrice tesse per Stefania, la madre, in sostituzione del telo funerario con il quale avrebbe voluto ricoprirne il corpo. Nel genocidio del Ruanda, infatti, l’autrice ha perso trentasette membri della propria famiglia, ma la morte è seguita a una lunga vigilia, iniziata con la deportazione in una sperduta e arida regione del paese, molto diversa dalle verdi colline sulle quali intere generazioni di pastori tutsi erano nate e cresciute. Tra riflessioni e aneddotica (sull’educazione, sul cibo, sul matrimonio, sui costumi), ricordi di una felicità precaria e di una cultura ormai lontana, l’autrice riporta in vita la madre, una donna che non ha mai davvero calzato in vita sua un paio di scarpe, e un’intera civiltà orale, che la storia rischia di archiviare del tutto.

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Contrariamente a quanto si possa pensare, non si tratta di un libro triste, ma di un libro tenero, scritto con poche parole, tutte esatte, tutte essenziali. La Mukasonga dipinge un ritratto di donna semplice, che camminava sempre scalza, che a volte con la sua religiosità tradizionale si contrapponeva al cristianesimo colonialista praticato dal marito, che aveva una saggezza profonda, tanto da costituire un punto di riferimento per la comunità, una donna che credeva nell’istruzione, tanto da impegnarsi al massimo per far studiare i figli.

Un ritratto di donna come ce ne sono tante, eppure a suo modo unica; un ritratto di madre…

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