Quante volte ho sentito dire “Vorrei tanto fare un viaggio in Africa”? Tante, eppure non ho mai sentito dire “Vorrei tanto fare un viaggio in Europa”. Allo stesso modo ho sentito spesso dire “Ho visitato una mostra di arte africana” e mai dire”Ho visitato una mostra d’arte europea”, anche perché, se questo accadesse, saremmo subito spinti a fare altre domande, del tipo “Di quale periodo?” “Di quali Paesi?” E così via.
La realtà è che, sia per superficialità che per ignoranza, noi occidentali spesso associamo l’Africa a un unico Paese, dimenticando, o ignorando, che si tratta di un continente formato da ben 54 Stati, in attesa che venga riconosciuto il cinquantacinquesimo, il Somaliland. I diversi Paesi hanno avuto, e hanno, storie, costumi e tradizioni diverse, esattamente come i Paesi europei.
Per colmare le lacune sull’Africa, e per imparare a essere meno superficiali, consiglio la lettura di L’Africa non è un paese – Istruzioni per superare luoghi comuni e ignoranza sul continente più vicino, pubblicato qualche mese fa da Altrecose, marchio editoriale fatto dal Post insieme a Iperborea per tradurre e rendere disponibili al pubblico italiano i più interessanti e istruttivi libri di “non fiction”: libri che raccontano la realtà, che spiegano il mondo, che fanno riflettere sulle cose che succedono o che ne fanno capire questo o quel pezzo. Giornalismo, alla fine, nelle varie accezioni del giornalismo.

L’autore è Dipo Faloyin, giornalista britannico di origine nigeriana, nato a Chicago e cresciuto a Lagos. Vive a Londra e scrive per VICE, dove si occupa di identità e questione razziale. Il suo stile è ironico, scorrevole, tagliente e la lettura del suo libro può essere un ottimo modo per conoscere il continente vero.
L’editore presenta il libro con le seguenti parole: A volte capita di sentir dire: «È scoppiata una guerra in Africa», oppure: «Mi piace la cucina africana», come potremmo dire che c’è stata una nevicata in Spagna o che siamo appassionati di cibo vietnamita. Pensando all’Africa, nelle menti di molti europei affiorano solo immagini stereotipate perché «per molto tempo, “Africa”», scrive l’autore, «è stato sinonimo di povertà, conflitto, corruzione, guerre civili e distese di arida terra rossa dove cresce soltanto miseria. […] Un grande parco safari, dove leoni e tigri si aggirano liberi intorno alle case e gli africani trascorrono le giornate in tribù di guerrieri che, seminudi, hanno in mano la lancia e vanno a caccia di selvaggina, oppure saltano su e giù al ritmo di un loro rituale in attesa del prossimo pacco di aiuti. Povertà o safari, e in mezzo niente». Ma l’Africa è molto altro, non è una cosa sola, e non è un paese: con questo libro, Dipo Faloyin – cresciuto in Nigeria e che vive a Londra dove collabora con diverse testate internazionali – descrive, spiega, distingue e smonta le tantissime superficiali e sbrigative semplificazioni con cui viene raccontata e conosciuta l’Africa in Europa. L’Africa non è un paese offre gli strumenti per conoscere meglio la realtà. Esaminando l’eredità coloniale delle nazioni del continente africano e muovendosi fra i temi più vari – dalla vita urbana di Lagos alla rivalità su chi cucini il miglior riso jollof – Faloyin smonta brillantemente la superficialità dell’Occidente che tratta l’Africa senza tenere conto delle differenze – culturali, sociali, economiche – e delle singolari condizioni di ciascun paese. Tra racconti storici e personali, Dipo Faloyin rimette in ordine dinamiche comuni e vicende particolari che, alla fine della lettura, attenuano un po’ la nostra ignoranza.
Il libro, tradotto in italiano da Tommaso Bernardi, affronta tantissimi argomenti: dall’identità dei popoli alla storia, con molta attenzione al colonialismo e alle sue conseguenze, tuttora presenti, non ultima quella dei tesori africani ancora custoditi nei principali musei europei. Si riflette sul mito del salvatore bianco, passando sotto la lente di ingrandimento diverse iniziative di beneficenza, ma si insegna anche a non essere un salvatore bianco e a fare comunque la differenza. Si analizza poi il concetto di democrazia ponendo l’accento sulle diverse dittature attualmente esistenti, che sono molte meno di quante l’uomo occidentale immagina. Ampio spazio è dedicato allo scrittore keniota Binyavanga Wainaina, purtroppo scomparso prematuramente, (del quale avevo scritto sul Corriere degli italiani quando ancora non avevo un blog), e del suo saggio “Come scrivere dell’Africa”. Nell’ultima parte del libro vi è un’interessante dissertazione sul riso jollof, un piatto conteso da quasi tutte le nazioni dell’africa occidentale. Questo è l’unico punto sul quale non sono d’accordo con l’autore: se per lui il vero riso jollof è quello nigeriano, per me è quello senegalese, Paese dove l’ho scoperto. Faloyin ammette di non essere neutrale su questo argomento…
Sebbene io legga regolarmente di Africa da più di quarant’anni, e sia a conoscenza della maggior parte degli argomenti trattati nel libro, ho trovato molti spunti di riflessione e fatti che non conoscevo. Una lettura per me molto importante, che mi sento di consigliare ai lettori del blog.

Segnato. Grazie.
Bellissimo libro che sicuramente leggerò.
Credo che non sia ignoranza o superficialità quella che spinge a generalizzare l’Africa e gli africani come un’entità unica. Credo che sia una questione di “superioriorita” per cui non serve specificare l’origine esatta dello stato, ma basta indicare il continente per far capire dei nostri concetti o dei preconcetti (povertà, safari, ignoranza, schiavitù, ecc.). È un pò come chiamare “cinese” chiunque abbia delle caratteristiche asiatiche. È un errore comune, che faccio anch’io nonostante cerchi di evitarlo perché generalizzare non mi piace.
Grazie per avermelo ricordato.
Grazie, Maurizio.
Una lettura piacevole e intetessante, mai scontata, che cancella i luoghi comuni di cui tutti siamo vittime, in misura diversa. Un libro che anticipa scenari futuri.