Pozzuoli, carcere femminile: Pucundria

Inizia

Spesso, da bambino, quando di ritorno da Napoli passavo davanti al carcere femminile di Pozzuoli, mi domandavo come trascorressero il tempo le donne detenute li’, quanto forte fosse la nostalgia di casa… Crescendo, imparai a smettere di pormi certe domande, proprio come fanno tanti adulti. Quel pensiero mi e’ tornato in mente leggendo il romanzo di Maria Rosaria Selo, Pucundria, pubblicato recentemente da Marotta & Cafiero, ambientato proprio nel carcere femminile di Pozzuoli. Protagoniste sono Teresa, agente penitenziario, madre single con figlia ventenne, e Anna, detenuta per l’omicidio del compagno, con un figlio che ha suppergiu’ la stessa eta’ della figlia di Teresa.

Pucundria

La vera protagonista di questo romanzo e’ pero’ la pucundria. Nel libro Pucundria e’ il nome di un oggetto, che non  svelo per non rovinare la lettura, ma che cos’e’ la pucundria? Non credo ci sia una parola italiana corrispondente: pucundria e’ malinconia, ma non solo, pucundria e’ nostalgia, ma e’ di piu’. Forse il termine che meglio rappresenta la pucundria e’ il brasiliano saudade.  

La pucundria e’ presente in Anna e Teresa, donne vittime, in momenti diversi della vita, della violenza maschile, oltre che madri dolorose e addolorate, ma e’ presente anche nella vita dei personaggi secondari del romanzo. Un romanzo che ha il merito di descrivere la vita nel carcere, rispondendo cosi’ alle mie domande di bambino, e soprattutto ha il merito di presentare il carcere come occasione di riscatto e occasione di rinascita.

Un romanzo di donne, la cui lettura fa bene anche agli uomini.

4 Comments

  1. “Pacundria” con l’accento sulla u, anche da noi usa per significare malessere, forse più mentale che fisico. Certo ha a che vedere con “ipocondria” che a ben vedere ha un po’ lo stesso significato di qualcosa di inafferrabile?

  2. Sono felice di questa recensione, ringrazio il blog, e naturalmente Maurizio, per averla scritta e, in tal modo, segnalato il mio romanzo. Grazie, soprattutto, per aver invitarli gli uomini a leggerlo e per aver compreso il puro senso della storia.

  3. Anch’io, da ragazza, mi ponevo la stessa domanda di Maurizio: “ Come trascorrono la giornata le donne in questo carcere?” Ci passavo davanti andando al Fusaro, a trovare mia nonna o proprio Maurizio e la sua famiglia. .. Ogni volta, guardando quel portone e quelle scale, mi assaliva la curiosità, ma anche l’angoscia, al pensiero di mamme rinchiuse, e famiglie senza di loro….
    Leggero’ il libro con interesse e con il piacere di ritornare a quei giorni da ragazzina….

  4. In quel carcere io ci ho lavorato ed è stata l’esperienza più intensa e ricca a livello umano che abbia,mai fatto. Le storie con cui mi sono confrontata avevano dell’incredibile e mi catapultarono in mondi fatti di logiche, valori, principi così distanti dai miei

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