Niente da dichiarare?

Inizia

Nel panorama italiano, una “giovane” scrittrice che mi piace molto è Giulia Sara Miori. Uso il termine giovane in maniera impropria, solo per sottolineare che la produzione della Miori è solo all’inizio, ma la sua scrittura è molto matura.   Di lei vi avevo già raccontato in occasione del suo romanzo d’esordio, La ragazza unicorno, che mi aveva molto colpito. Pochi giorni fa è uscito il suo nuovo romanzo, Niente da dichiarare, pubblicato da Marsilio, e io non potevo non leggerlo.

Niente

L’editore descrive il libro con le seguenti parole: Marta nei suoi primi quarant’anni ha avuto il tempo di chiudere una relazione e capire che l’Italia non faceva per lei, e forse l’estero – entità mitica ma raggiungibile col treno o in aereo – avrebbe potuto essere sufficientemente spazioso per la vita. Ben presto, tuttavia, si rende conto che l’unica cosa che non le manca in una vita senza sorprese – o spaventi – è l’alienazione dovuta al lavoro. Si sarebbe chiamata alienazione fino a qualche anno fa, oggi che siamo passati da categorie sociologiche a categorie mediche si chiama burnout. Per il burnout si va dal medico, e infatti Marta riesce a restare a casa dal lavoro e a tenersi una parte dello stipendio. Tuttavia, nemmeno la libertà dal giogo lavorativo le solleva lo spirito, e languirebbe forse, sparirebbe, se non incontrasse, tra un locale notturno, passi inconcludenti e altre pasticche per rimettersi in sesto, la storia di Andreas Lubitz, pilota, che nel 2015 ha fatto dirottare verso la morte un aereo della compagnia Germanwings: suicidio e omicidio di tutti i passeggeri e dell’intero equipaggio. Anche l’uomo soffriva di burnout, e sognava di diventare famoso. La vita di Marta cos’ha a che spartire con la discesa del volo 9525? Tra Stupore e tremori di Amélie Nothomb (l’alienazione del lavoro in una grande azienda, la competizione, il rapporto coi capi e coi pari) ed Erostrato di Jean-Paul Sartre (compiere una strage per giungere alla ribalta della cronaca), Niente da dichiarare sottolinea la violenza surreale vestita da carriera e aspettative nella quale viviamo.

Perché mi piace tanto Giulia Sara Miori? Sicuramente per la sua scrittura, fluida e accurata al tempo stesso, ma non solo. Mi piace molto perché tratta temi che mettono a disagio, temi di cui di solito non si parla, come il tema del burnout o anche dell’incidente aereo. Mi piace perché leggere i suoi libri mette a disagio, nel senso che costringe il lettore a uscire dalla propria zona di conforto e a porsi delle domande, a riflettere, senza per questo trovare necessariamente delle risposte. La Miori è una scrittrice che genera domande, entrambi i suoi romanzi hanno generato in me domande ed è proprio questo il motivo per il quale, a mio modesto parere, vanno letti.

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