Il salotto di Giò Stajano: come eravamo negli anni ’70

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Giò Stajano, chi era costui? Immagino che, soprattutto i più giovani, non conoscano la contessa Maria Gioacchina Stajano Starace Briganti di Panico, più semplicemente nota come Giò Stajano. Pugliese, nata nel 1931, fu una giornalista, scrittrice, attrice e pittrice italiana. Fu nipote del gerarca fascista Achille Starace, suo nonno materno. Alla nascita il suo genere sessuale fu quello maschile e il nome assegnatogli fu Gioacchino, da sempre abbreviato in Giò. Fino a prima dell’operazione della riattribuzione chirurgica del genere sessuale, fu uno dei primo omosessuali italiani pubblicamente dichiarati, tanto che amava dire di sé “Ho aperto io le porte agli omosessuali. Sono stato il primo omosessuale dichiarato in Italia”. Artista versatile, nel 1959 pubblicò il testo autobiografico Roma capovolta, che, oltre a raccontare le sue scorribande nell’alta società romana, descriveva anche la realtà omosessuale dell’epoca. Il testo fu sequestrato dalle autorità perché accusato di propagandare idee contrarie alla pubblica morale e dannose per il costume. Queste accuse, che oggi ci farebbero sorridere, contribuirono a rendere Stajano l’omosessuale più famoso d’Italia.

Vi sto raccontando di Stajano perché, tra il 1972 e il 1975, tenne su “Man”, rivista per soli uomini, una rubrica intitolata “Il salotto di Oscar W. spolverato da Giò Stajano”. E’ la prima volta che la stampa italiana dedica uno spazio esclusivo al mondo omosessuale, e Giò finirà per diventare inevitabilmente il punto di riferimento per tanti uomini e ragazzi che vivono la propria condizione in clandestinità. Willy Vaira, che ha conosciuto Stajano molto bene, e con il quale ha lungamente lavorato, ha raccolto la corrispondenza più significativa nel libro “Il salotto di Giò Stajano”, pubblicato recentemente dall’editore Manni, con l’introduzione di Pino Strabioli. Le lettere sono raggruppate in categorie: Gli inesperti, i confusionari, gli scrupolosi, gli ingordi, i catastrofici, i militari, i mitomani, i saccenti, i romantici, per poi concludere con una raccolta di risposte telegrafiche.

Leggere questo libro è stato per me come compiere un’indagine sociologica sull’omosessualità nella storia italiana recente. Le persone scrivono a Stajano per cercare conforto, ma anche per un confronto, per avere la conferma di non essere soli. Alcune lettere potrebbero essere state scritte oggi, soprattutto quelle dei giovani, confusi sulla propria identità, e con difficoltà ad accettarsi. Sul fronte dell’informazione, per fortuna, di passi avanti ne abbiamo fatti tanti. Con il suo stile tagliente, ironico, arguto, le risposte di Stajano sono tutte da incorniciare. Quando però lo scrittore si rende conto che l’interlocutore soffre, non manca di usare parole gentili per sostenerlo. Il capitolo “Risposte telegrafiche” vale, da solo, la lettura del libro. Un unico esempio: Lasci perdere quel che lei “crede” di essere e sia come “si sente” di essere. La vita dura talmente poco che se (lei) perde tempo a viverla come “dovrebbe” non gliene rimane più per viverla come “è”.

Un libro da leggere per capire cosa ha significato essere gay in Italia fino a non molti anni fa. Una lettura che farebbe bene anche alla comunità LGBT italiana, per imparare che, se oggi si hanno le “chiavi di casa” lo si deve, tra gli altri, anche a persone come Giò Stajano.

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