Dopo due anni di vita monacale, con i contatti sociali extra-lavorativi ridotti al minimo indispensabile, e quelli lavorativi gestiti sempre con distanza sociale e mascherina FFP2, sono comunque riuscito a beccarmi il Covid-19. Oh, niente di grave: con tre vaccinazioni, e avendo sempre preso tutte le precauzioni, la mia esperienza è stata poco più di un raffreddore. Ritengo comunque che la mia storia valga la pena di essere raccontata.
Avverto i primi sintomi nella notte tra il 22 e 23 gennaio: un leggero mal di gola e raffreddore. La sera prima sono stato, per la prima volta dopo mesi, a teatro. Si è trattato di un rischio calcolato, dal momento che a teatro si entra solo se vaccinati o guariti, e indossando la maschera per tutto il tempo. A parte questo “evento”, la settimana prima non ho fatto altro che lavorare, ho incontrato i pochissimi colleghi presenti in ufficio, che ufficialmente è chiuso, indossando la mascherina, e ho fatto la spesa per due volte durante la settimana.
Trascorro tutta la giornata di domenica 23 a casa, e decido di prenotare un test PCR per il pomeriggio del giorno dopo. Il centro per i test si trova presso l’ospedale, poco lontano da casa mia. Lunedì 24 lavoro da casa e poi mi reco al centro, dove sono di casa (mi è servito spesso un tampone per tornare in Italia o per viaggiare), per il test. Mi accoglie un giovane dottore mai visto prima che, diversamente dai colleghi, si siede e si mette a chiacchierare, mentre prende tutte le informazioni necessarie. Finito il test, mi informa (cosa che so già) che riceverò il risultato per sms entro le 48 ore successive e mi raccomanda di riposare a casa, indipendentemente dal risultato del test, almeno fino al mercoledì successivo. Rientro a casa e riprendo a lavorare come se niente fosse: siamo in pieno “strategy meeting” per tutta la settimana e giovedì mi toccherà facilitare la riunione per tutto il giorno, non posso certo distrarmi.
Martedì 25, di sera, dopo le 22, mi arriva un messaggio con il link per leggere il risultato. Purtroppo non ricevo il codice di sicurezza, e così non riesco a conoscere il mio stato. Dovrò aspettare fino a mercoledì mattina alle 6 per scoprire di essere positivo. Non appena scoperta la triste realtà, mi attivo comunicando la notizia ai colleghi a lavoro. Quale responsabile della pandemia nei siti che coordino, so di dover comunicare la notizia al dipartimento “Salute”, al Direttore della gestione delle emergenze e al Direttore della Sicurezza per le statistiche. Essendo io la persona che ricopre questi ultimi due ruoli nel mio sito, comunico la notizia alla mia capa. Decido comunque di informare il mio team, sparso per il mondo, e invito caldamente il mio collaboratore svizzero, con cui sono stato in contatto (sebbene indossando sempre le mascherine e rispettando la distanza sociale), a fare il test. Ovviamente avviso anche l’amico con cui sono uscito sabato sera. La solidarietà dei miei colleghi è totale: se io, che ho non solo sempre preso tutte le precauzioni, ma le ho imposte a tutti i colleghi (almeno sul posto di lavoro), sono riuscito a infettarmi, allora può capitare veramente a tutti. Una delle nostre top leader mi telefona per sincerarsi delle mie condizioni e si offre di portarmi la spesa. La ringrazio, ma è tutto sotto controllo, non ho bisogno di niente. Telefono al mio medico per chiedere istruzioni ma non parlo con lui, mi risponde una segretaria che mi consiglia del paracetamolo e delle caramelle per la gola. Le chiedo se possono consegnarmi le medicine a casa, ma non possono. Risolvo il problema telefonando alla farmacia. Nel pomeriggio ricevo un messaggio e una e-mail dal cantone in cui mi si invita a rispondere a un questionario: mi si chiedono, oltre alle informazioni personali, anche nome e numero di telefono delle persone con cui sono stato in contatto, informazioni sul datore di lavoro e responsabile pandemia (che sono sempre io), e anche i luoghi in cui potrei aver contratto il virus. La cosa più sorprendente sono però le istruzioni: mi si chiede di rimanere in isolamento solo fino a venerdì 28. Mi arriva poi un codice da inserire nella app per consentire il tracciamento. Non appena completo l’inserimento, il mio telefono aziendale riceve un messaggio di allarme rosso: bene, la app funziona.

La mattina di giovedì 27, nel pieno della mia riunione, ricevo una telefonata da un impiegato del cantone. Mi pone le stesse domande a cui avevo già risposto con il questionario, si offre di informare il datore di lavoro, gli spiego che l’ho fatto io, e da tempo, ma gli chiedo di informare il teatro, cerco di dargli informazioni sul posto dove ero seduto, mi risponde che non occorre informare il teatro. Mi dice di restare in isolamento fino al giorno dopo, gli spiego che resterò in isolamento sicuramente per qualche giorno in più, mi risponde che faccio bene. Mi spiega come ottenere il certificato di guarigione, gli faccio presente che non sono ancora guarito, ho il raffreddore, mi risponde che non importa. Gli faccio allora delle domande mediche; mi suggerisce di consultare un medico.
Contemporaneamente, a Monza, mio fratello e mia cognata, che non vedo dalle feste di Natale, sono risultati positivi. La ragione nel loro caso è chiara: un alunno di mia cognata, risultato positivo, ha contagiato mezza classe, inclusa la sua maestra. Per loro le regole sono chiare: 7 giorni di quarantena per lei, vaccinata con tre dosi, e dieci per lui, che non ha fatto in tempo a fare la terza dose, programmata proprio il giorno del test. Sono in contatto telefonico con il medico, che provvede ad effettuare il tampone, dopo 7 giorni a lei, dopo 10 a lui. Solo quando il tampone risulta negativo potranno terminare l’isolamento.
Io nel frattempo continuo a lavorare da casa, e il lunedì successivo ricevo il certificato del cantone, in cui si attesta la mia guarigione, ma a partire dal 4 febbraio! Praticamente il cantone prevede il futuro… Mi infastidisce tutta questa ambiguità: si dice alla gente di restare in isolamento per 5 giorni, poi possono uscire tranquillamente, con l’elevata probabilità di infettare altra gente, e allo stesso tempo si certifica la guarigione solo dieci giorni dopo il risultato del test, lasciando in qualche modo la responsabilità ai singoli individui. Mi viene da pensare che le autorità sanitarie cantonali, ma anche quelle federali, siano un branco di incompetenti, e che se noi, impiegati in aziende private, lavorassimo così, verremmo subito licenziati. La gente pensa di essere guarita, e quindi libera, già dopo cinque giorni, non rendendosi conto di costituire un pericolo per chi sta loro intorno. Capisco perché ho fatto fatica a far comprendere alla mia padrona di casa che doveva spostare i lavori di manutenzione programmati nel mio appartamento: mi diceva che le ditte non volevano posticipare i lavori, dal momento che erano passati 5 giorni dalla mia malattia; non riuscivano a comprendere che la presenza in casa mia, toccando tutte le superfici toccate da me, li avrebbe molto probabilmente infettati.
Decido di seguire, in maniera autonoma, il protocollo italiano e prenoto un tampone antigenico per giovedì 3 febbraio, in uno di questi nuovi centri che a Horgen sono spuntati come funghi. Quando mi reco in questo posto, stranamente deserto, mi ritrovo di fronte non a un dottore ma a una giovane infermiera piuttosto equivoca, la quale mi dice, dopo aver preso le informazioni necessarie, che molto probabilmente risulterò ancora positivo, perché è passato troppo poco tempo: lei stessa è positiva ma, dopo 5 giorni, ha riposo a lavorare. In altre parole, in questo centro si rischia di entrare sani e uscire malati!
Il test risulta fortunatamente negativo. Nel giorno della mia guarigione, già attestata per il giorno dopo dalle autorità cantonali, risultano positive circa 912000 persone, cioè più del 10% della popolazione di questo Paese. Analizzando la mia esperienza, e riflettendo su quanto sta accadendo intorno a me, capisco finalmente la verità: non di incompetenza si tratta da parte delle autorità, ma di una precisa strategia, quella di raggiungere l’immunità di gregge, pur senza mai dichiarare esplicitamente questo intento. Questa strategia spiegherebbe una campagna di comunicazione a dir poco ambigua, restrizioni che non prevedono quasi mai multe per chi trasgredisce, una campagna di vaccinazione che, a oggi, non ha raggiunto il 30% della popolazione, azioni di prevenzione e sensibilizzazione praticamente inesistenti, falsi miti come la convinzione che chi si vaccina con la terza dose poi contragga automaticamente il virus, assistenza medica scarsa… Ne pagano il prezzo maggiore, come sempre, le categorie più deboli: indigenti, immigrati, persone poco istruite… Lo dico senza giri di parole: se Italia, Francia, Germania, avessero una tale percentuale di persone positive in un solo giorno, ci sarebbero delle sommosse, qui invece si vive come se il virus abitasse altrove.
E voi, quali esperienze avete avuto con il virus? Se vi siete ammalati, quali sintomi avete avuto? E soprattutto, com’è stata la gestione da parte delle autorità sanitarie?
90% di vita a casa …5% la spesa con modalità palombaro, tra mascherina guanti etc etc, e 5 % passeggiate a mare …chest’è da 2 anni
Ne usciamo forza che ne usciamo
Noi stiamo tappati in casa da 2 anni. Usciamo poco, pochissimo. Niente cinema, teatro, ristorante. Giusto in estate ualchr cena fuori, perché stavamo all’aperto.
Mio figlio ha appena finito la dad perché c’erano 3 positivi, ma ora le normativa sono cambiate. Visto che nel frattempo ha fatto la terza dose, anche se ci saranno nuovi positivi, lui continuerà a frequentare. Almeno fino a qualche giorno fa… le circolari cambiano ogni settimana. Anche qui sembra stiano portando verso immunità di gregge. Mah, speriamo bene…
Come te ho sempre osservato la massima prudenza anche oltre le prescrizioni (es. FFP2 quando era richiesta chirurgica), rinuncia ad attività sociali non necessarie, terza dose appena ricevuta, eppure mi sono ammalata.
Dal punto di vista amministrativo la mia esperienza è stata la stessa che hai citato per tuo fratello e tua cognata. Dal punto di vista clinico purtroppo ho dovuto affrontare sintomi di medio livello, infezioni concomitanti e poi sindrome da Long Covid. E ringrazio i vaccini che hanno comunque fatto scudo.
Per fortuna ho avuto contatti costanti e aiuto dal medico di base. Impagabile!
Non tutto perfetto, però. Il sistema informatico ministeriale non funziona gran che bene: il mio Green pass vaccinale non è mai stato bloccato, quindi se avessi voluto (e se avessi avuto la forza di alzarmi dal letto) sarei potuta andare in giro a infettare chiunque. Dopo la guarigione ho avuto un secondo Green pass, quello post-guarigione… Quindi ora ho l’imbarazzo della scelta.
Purtroppo c’è poco da ridere, perché so per certo che è capitato ad altre persone. Ora non ho più dubbi su come l’ho preso.
Ora si parla di limitare quarantene e restrizioni: la cosa mi preoccupa, perché dietro la decisione ci vedo motivi politici ed economici più che scientifici.
Credo che ci siano questi dietro la politica svizzera: l’immunità di gregge mi sembra un grande miraggio, dato che con il proliferare delle varianti ci sono tantissimi casi di reinfezione. Purtroppo, non mi sento di darti questa illusione circa una politica essenzialmente cinica.
Non mi sono ancora infettata, ma uso le precauzioni che usavi anche tu. Ho tre dosi di vaccino e spero di riuscire a risparmiarmi la malattia ancora per un po’.
#condivido e diffondo
Caro Maurizio, torno sull’argomento per raccontare un’esperienza Covid ambientata in questi giorni in Norvegia… qualcosa di terrificante agli occhi di chi è abituata al sistema italiano tanto da risultare molto peggiore anche del sistema svizzero.
Mio nipote adolescente risulta positivo al tampone fai da te. Non esistevano restrizioni di nessun tipo, e sarebbe potuto/dovuto tornare a scuola subito, nonostante la positività a un test poco “sensibile”, e anche senza obbligo di mascherina in classe. I genitori hanno deciso di tenerlo a casa e di praticare l’isolamento domestico, e il loro atteggiamento è stato considerato paranoico. Ora che è negativo al tampone fai da te tornerà a scuola.
Alla mia domanda di come ciò fosse possibile, senza un test più attendibile, oltre a scoprire della totale assenza di precauzioni generali (non esiste obbligo di distanziamento, né di mascherina, né esiste una forma di certificazione assimilabile al Green pass) mi è stato risposto che agli hub vaccinali sconsigliano caldamente di sottoporsi a PCR, perché chi fa quel test “rimane positivo per mesi”.
A questo punto mi viene spontanea la domanda: se lo Stato è il primo negazionista, perché ha speso per la campagna vaccinale?
[…] giorno, quindi anche il ministro vivrà cinque giorni di limbo, come è capitato a me qualche settimana […]