Il convitto: i gesti eroici delle popolazioni in guerra

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L’aggressione della Russia all’Ucraina dello scorso febbraio, che ora sta raggiungendo livelli da guerra mondiale, ci ha messo davanti agli occhi, senza pietà, cosa vuol dire vivere in assenza di pace. La realtà è che non c’è giorno che, nel mondo, non ci siano guerre, eppure questa in Ucraina è così vicina a noi, che non possiamo non sentirci coinvolti.

Da febbraio ho cercato romanzi di autori ucraini: ne ho letto qualcuno, molto ben scritto ma che non mi ha convinto del tutto, tanto da non averlo proposto nella rubrica “Libri nascosti”. La settimana scorsa mi sono finalmente imbattuto nel romanzo perfetto, tanto che sento il bisogno di parlarvene subito. Si tratta del Il convitto, di Serhij Zadan, pubblicato da Voland nel 2020 con la traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovyc. L’autore, nato nel 1974 nella regione orientale di Luhans’k, vive a Charkiv, attualmente luoghi di guerra.

Il libro è descritto così nella quarta di copertina: Un giovane insegnante vuole riportare a casa il nipote tredicenne che vive in un convitto. Il fronte si avvicina e la scuola in cui la sorella ha lasciato il ragazzo non è più sicura. Attraversare la città richiede un’intera giornata e il ritorno diviene un’odissea rabbiosa scandita dai posti di blocco e dai fuochi gialli che lampeggiano all’orizzonte. Le mitragliatrici rantolano, le mine esplodono. Truppe paramilitari, cani randagi che appaiono come fantasmi tra le macerie, un’umanità apatica che brancola disorientata in un paesaggio urbano apocalittico, dove ogni gesto di malinconica fratellanza e il senso di responsabilità si stagliano con luminosità commovente.

Il protagonista è Pasa, insegnante trentacinquenne, che potrei definire sbrigativamente un antieroe; infatti non si è mai schierato, non ha mai preso posizione, non si è mai esposto, non solo politicamente. Eppure, colui che quotidianamente è così passivo, si trasforma per amore del nipote, Sasa, nei confronti del quale nutre profondi sensi di colpa, per non essergli stato più vicino, per non avere impedito alla sorella di confinarlo nel convitto. E così questo viaggio di tre giorni, necessario per riportare il nipote a casa, rappresenta l’occasione del riscatto di Pasa, che, con tutte le peripezie che deve affrontare e le prove che deve superare, tutto è fuorché un antieroe. Mi sono chiesto spesso in questi mesi, e ancor più durante la lettura di questo romanzo, come mi comporterei io se vivessi una situazione di guerra. Non ho trovato una risposta, non ne ho la più pallida idea, e spero di non dover mai rispondere a questo interrogativo. Forse, io che in tempi di pace ho di solito le idee chiare e mi espongo nell’esprimere le mie opinioni, in tempi di guerra mi comporterei in maniera opposta. Proprio per questo la figura di Pasa, così vera, così reale, grazie alla penna di Zadan riesce a splendere di una luce unica. Sono tantissimi i momenti di commozione mentre si legge questo romanzo: oltre al finale, mi piace citare l’episodio del vecchio soldato che mette in salvo una felce fossile, che era conservata nel museo bombardato, e l’affida a Pasa, all’insegnante, perché la protegga, perché la conservi, perché è la nostra storia.

Era questo il libro che avevo bisogno di leggere in questi giorni; chissà, forse ne avete bisogno anche voi.

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