E parliamo di calcio, per una volta tanto… Parliamo del Napoli, e della gioia che ho provato a festeggiare il quarto scudetto. Non so se sia lo scudetto più bello, ognuno ha la sua classifica personale, ma è sicuramente la vittoria più inaspettata, ottenuta all’ultimo minuto, con una squadra che, a differenza delle altre volte, non schierava grandi nomi, ma schierava sicuramente instancabili lavoratori del pallone. La vittoria è arrivata mentre ero a Landskrona, in Svezia, per lavoro. Non sono riuscito a seguire la partita in diretta, mi sono aiutato col telefonino per seguire il punteggio; durante le mie passeggiate nervose ho più volte incrociato un taxista iraqeno che cercava di seguire la partita sul suo cellulare, tramite un sito pirata. Il bello di quella sera sono state le congratulazioni di amici e colleghi: ha cominciato il collega di Correggio appena prima della partita e poi, subito dopo la fine sono arrivate le congratulazioni dall’Egitto, dalla Svizzera, dalla stessa Svezia… E dall’Italia. Gli amici mi hanno fatto i complimenti, sì, ma gli Italiani in generale sembrano apprezzare poco la nostra gioia. E’ vero, siamo estremi nei festeggiamenti, così come lo siamo nel dolore. Ma, parlando di calcio, vale la pena ricordare che Napoli è la sola grande città ad avere una sola squadra, quindi tutta la città si identifica in essa. La vittoria del Napoli è per noi la vittoria DI Napoli. E’ buffo poi sentire I rosiconi dire cose del tipo: lo scudetto ve lo ha regalato l’Inter… Sarà, ma abbiamo fatto più punti noi. Oppure ricordarci che la Pro Vercelli ha vinto più scudetti del Napoli… versissimo, ma vorrei ricordare a questi signori che, quando la Pro Vercelli vinceva il suo ultimo scudetto, il Napoli non esisteva ancora.

E parliamo anche di tennis, il mio sport preferito. Qualcuno si stupisce che non ne parli quasi mai, ma ho scelto così, perché adesso in Italia sono diventati tutti esperti. Da quando I giocatori e le giocatrici italiani sono diventati forti, si analizza ogni sconfitta come uno psicodramma, dimenticando, o più probabilmente ignorando, che il tennis è uno sport di sconfitta, che insegna a perdere molto più che a vincere. Ogni settimana, per ogni torneo giocato, uno vince e gli altri 31, 63, 127 giocatori perdono… Il tennis è uno sport di errore, che va evitato più di quanto si cerchi di costruire un punto vincente, tanto è vero che un match è considerato di qualità se il numero di punti vincenti supera il numero degli errori non provocati dall’avversario (i cosiddetti errori gratuiti). Le castronerie tennistiche trovano ampia ospitalità sulla stampa, da parte di giornalisti che, evidentemente, tennisti non sono.

Una notizia che mi ha fatto molto sorridere è quella data poche settimane fa, quando Jasmine Paolini ha vinto gli Internazionali d’Italia, uno dei tornei femminili più importanti dopo quelli del Grande Slam. La notizia data è che la Paolini sia la seconda italiana ad aver vinto gli Internazionali di Italia, 40 anni dopo Raffaella Reggi. Ora, formalmente può anche essere così, ma gli appassionati di una certa età ricordano la verità. Negli anni ’80, il torneo femminile venne “sfrattato” da Roma per giocarsi, dal 1980 al 1984, a Perugia. Vinsero giocatrici del calibro di Chris Evert e Manuela Maleeva, che in carriera raggiunsero rispettivamente la posizione di numero 1 e numero 3 del mondo. Il torneo tornò a Roma nel 1987, e le prime quattro edizioni furono vinte da giocatrici del calibro di Steffi Graf, Gabriela Sabatini e Monica Seles. Cosa accadde nel 1985 e nel 1986? Sono andato a sfogliare l’Almanacco illustrato del tennis edizione 1989, a cura di Rino Tommasi, per verificare i miei ricordi di quando ero preadolescente. A pagina 639 dell’Almanacco leggo che nel 1985 e 1986 gli Internazionali d’Italia femminili non furono disputati, ma nel 1985 quell’appellativo venne dato al torneo di Taranto, che si giocò sui campi dell’Italsider. Il tabellone era composto da 16 giocatrici, la testa di serie numero 1 è la tedesca Myriam Schopp e Raffaella Reggi, che si trovava intorno alla quarantesima posizione della classifica mondiale, era la testa di serie numero 2. La tennista faentina vinse il torneo battendo Golder, Skronska, Nozzoli e, in finale, la statunitense Nelson. Non proprio delle campionesse indimenticabili…

Ora, io non vorrei sminuire la carriera di Raffaella Reggi, tennista che ammiravo per la grinta e la serietà, e che adesso ammiro come commentatrice; tennista che in carriera ha battuto Steffi Graf e Chris Evert, prima italiana dell’era Open a raggiungere almeno gli ottavi di finale nei quattro tornei dello Slam. Mi sembra comunque che l’impresa di Jasmine sia molto diversa da quella di Raffaella, e la Paolini è sì la seconda italiana ad aver vinto il torneo di Roma, ma dopo Lucia Valerio nel 1931. Formalmente, resta la terza ad aver vinto gli Internazionali d’Italia, ma questo I giornali non l’hanno spiegato.

Scrivo queste righe pochi giorni dopo aver assistito alla fantastica finale del Roland Garros, che ha dceretato la vittoria di Alcaraz su Sinner. Finale fantastica non solo per il punteggio, ma per la carica agonistica dei contendenti, per l’intelligenza tattica, per il numero di colpi vincenti. Abbiamo anche visto sugli spalti un pubblico buzzurro, non dissimile a quello presente al Foro Italico durante gli Internazionali di Roma. Per pubblico buzzurro intendo quel pubblico che non si limita a tifare per il proprio beniamino, ma fa chiasso, disturba, applaude l’errore dell’avversario. Il pubblico che abbiamo visto a Roma a favore di Sinner, a Parigi a favore di Alcaraz. A me, da bambino, è stato insegnato che si applaudono i punti vincenti e la conquista di un game, mai gli errori dell’avversario, e mai e poi mai un doppio fallo, ma siamo sempre di meno a comportarci così. Personalmente, dopo l’innamoramento adolescenziale per Gabriela Sabatini, non ho più tifato, ma mi sono limitato ad ammirare i tennisti che mi facevano innamorare del loro gioco. Ogni volta erano in diversi, come adesso. Tra gli attuali, Lorenzo “il Magnifico” Musetti, il danese Rune, al netto della sua maleducazione, e… Carlos Alcaraz.

N.B. Le foto di Paolini e Musetti sono prese dal web.

Si vince e si perde per un punto. Nel calcio. Nel tennis, vedi Sinner, si perde anche avendo fatto un punto in più dell’avversario. D’altronde, il Tennis, lo ha inventato il diavolo …
Forza Napoli e forza Sinner
Aspettavo un tuo accenno al tennis. In Italia alla dittatura del calcio si è ora affiancata la dittatura di Sinner ( on del tennis), credo suo malgrado. Grazie anche per sottolineare il galateo di questo sport.
Concordo su tutto…bravo Mauro