Kaha Mohamed Aden, scrittrice italo-somala, è scomparsa prematuramente nel dicembre 2023 per una malattia. 23 autori afroitaliani hanno deciso di ricordarla dedicandole un loro racconto. E’ nata così la raccolta Sorella d’inchiostro, curata da Gabriella Ghermandi, Kossi Komla-Ebri e Itala Vivan, pubblicata dall’editore AIEP. Più che un’antologia, si tratta di un’offerta, come un mazzo di fiori, fatta per omaggiare un’amica speciale e una scrittrice notevole.

Leggere questa raccolta di racconti è stato per me un modo per avvicinarmi agli scrittori della diaspora africana. I ventitré autori rappresentano generazioni diverse, hanno a cuore tematiche diverse, hanno modi di scrivere molto diversi fra loro ma rappresentano, tutti, la nuova Italia. Ricordi d’Africa, difficoltà della vita in Italia, sono alcuni dei temi cardine di questi scritti. Di alcuni scrittori, quali Igiaba Scego e Kossli Komla-Ebri, avevo già letto alcune opere. Altri, quali Judicael Ouango, Pap Khouma e Soumaila Diawara li seguo costantemente sui social, da anni. Altri ancora sono stati per me una scoperta assoluta.
Per invogliarvi a leggere questo libro, vi propongo alcuni piccoli stralci di racconti di autori a me sconosciuti fino a poco fa.
“Voglio regalare a nostro figlio le ali della libertà, cioè di diventare quello che si sente di essere. Non un pacco preconfezionato dai pregiudizi di altre persone”. (Shirin Ramzanali Fazel).
“Da noi, ma credo anche qui, la morte è sempre un momento doloroso, triste e pieno di significati. La tradizione africana, però, vuole che si saluti il morto con allegria. Lasciarlo andare nella tristezza vuol dire che di lui non ci si ricorda nulla di allegro, ed è la cosa peggiore. Bisogna dirsi, anche se è difficile capirlo, che è solo un corpo che se ne va: Efelo è e sarà sempre con noi. La morte viene considerata come se fosse un lungo viaggio, anche se di sola andata”. (Kunda Ngomo).
“Un addio, mia sorella d’inchiostro, simile alle nostre esitazioni di fronte alla lingua italiana così vicina e così lontana: nostra isola di libertà e, ancora una volta, di esilio”. (Tahar Lamri).
