Una mia scoperta di meno di due anni fa è l’immensa scrittrice statunitense Tillie Olsen. Vi avevo raccontato di lei quando presentai la sua raccolta di racconti “Fammi un indovinello”, per cui non mi ripeterò. Stavolta vi scrivo solo che, qualche mese fa, Marietti 1820 ha pubblicato in italiano il suo unico romanzo, dal titolo Yonnondio, con la traduzione di Giovanna Scocchera. Si tratta dell’unico romanzo della Olsen, cominciato negli anni’30, ripreso negli anni ’50, e mai finito. Gli appunti di questo romanzo, con alcuni capitoli già in versione definitiva, furono ritrovati dal marito della scrittrice nei primi anni ’70, e poco dopo il ritrovamento il romanzo fu pubblicato, senza alcun completamento o riscrittura.

L’editore presenta il romanzo con le seguenti parole: Yonnondio, parola ripresa da una poesia di Walt Whitman, e che nella lingua della tribù degli irochesi significa «lamento per una perdita», è la storia della famiglia Holbrook che poco meno di un secolo fa provò a credere nel sogno americano. La seguiamo in un percorso straziante quando, durante la Grande Depressione, si trasferisce dalle miniere di carbone del Wyoming a una fattoria in affitto nel Nebraska, per approdare nei mattatoi e nei quartieri miserabili di Omaha, nel vano tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita. Otto capitoli narrati dalla piccola Mazie, la primogenita della famiglia, da Anna, la madre, e da un narratore onnisciente, che tuona implacabile contro la menzogna e incita alla resistenza politica.
Come mai un romanzo incompiuto ha attratto così tanto la mia attenzione? Per diverse ragioni che cercherò di spiegare brevemente. Perché è un romanzo di letteratura proletaria, che mette al centro di tutto la povertà e la lotta per la sopravvivenza, senza dimenticare la speranza (l’illusione?) di un mondo migliore. Perché è un romanzo che, analizzando la povertà, pone al centro la condizione femminile, tanto da far descrivere gli eventi dalla bambina Mazie, o da sua madre Anna. Perché è un romanzo scritto con poche parole, tutte giuste, tutte necessarie che, combinate insieme, rendono la prosa poesia. Perché i senza voce hanno, finalmente, una voce, seppur flebile.
Anche in questo romanzo, come aveva già fatto nei racconti, la Olsen mette in evidenza come i talenti straordinari dei protagonisti vengano mortificati dai pregiudizi e dalla necessità di soddisfare, prima di tutto, i bisogni primari. Concludo questo articolo nello stesso modo in cui conclusi il primo mio articolo sulla Olsen: è ora di scoprire, anche in Italia, questa gigante della letteratura.
