La porta sul mare: la schiavitù spiegata ai nostri figli

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Gorèe è un’isoletta del Senegal, a largo di Dakar, dove i turisti si recano per godere del sole, dei colori fantastici dell’oceano, dei profumi della natura. Gorèe purtroppo non è solo gioia, ma è stata, per secoli, uno dei luoghi di dolore della storia; da questa isoletta partivano, infatti, le navi piene di uomini, donne, bambini, catturati in Africa e deportati nel nuovo mondo come schiavi. Per questo motivo è conosciuta come l’isola degli schiavi.

Joseph N’Diaye, senegalese nato nel 1922, ha dedicato la sua vita alla memoria del suo popolo, ed è stato per oltre quarant’anni (fino alla morte avvenuta nel 2009), il curatore della casa degli schiavi di Gorèe. Ricordo come fosse ora la mia visita a questo edificio, che ormai è un monumento: le stanzette anguste dove gli uomini e le donne venivano rinchiusi, al piano terra, mentre al piano superiore c’erano gli appartamenti dei padroni bianchi, completi di sale da pranzo e sale da ballo. Sempre al piano terra, una porticina angusta, e un ancora più angusto ponticello, conducevano i prigionieri nelle imbarcazioni che li avrebbero portati via per sempre dalla propria terra.

N’Diaye amava accompagnare i turisti a visitare la casa degli schiavi. Due erano le categorie di visitatori che amava particolarmente: i turisti bianchi, affinché potessero vedere con i propri occhi ciò che fino a quel momento ignoravano o preferivano ignorare, e i ragazzini, affinché apprendessero uno dei capitoli più tristi della storia dell’umanità. Tra le varie attività compiute dall’attivista senegalese, per mantener viva la memoria di questa tragedia, c’è la pubblicazione del libro “La porta sul mare”, che ha il sottotitolo eloquente di “la schiavitù spiegata ai nostri figli”, pubblicato in italiano dalla casa editrice Marotta & Cafiero, da sempre attenta al sociale, con la traduzione di Gaia Amaducci. Il libro è arricchito dalla prefazione di Koichiro Matsuura, dalla postfazione di Marco Aime, e da diverse fotografie in bianco e nero.

Questo libro ha due volti, che si susseguono nei diversi capitoli: uno è quello di Ndioba, bambina dodicenne strappata alla sua terra e venduta come schiava in America; attraverso le tappe della sua vita, N’Diaye ricostruisce la storia della schiavitù. L’altro volto è quello di tre ragazzini di oggi, in visita alla casa degli schiavi, che ascoltano sconvolti ciò che era accaduto in quei luoghi, che non smettono di fare domande, per cercare di capire come tutto ciò sia stato possibile, che dedicano la massima attenzione alle risposte che Joseph N’Diaye, come un nonno paziente, dà loro. Il libro è scritto con un linguaggio elementare, proprio per essere comprensibile a tutti, ai ragazzini in primis. L’autore spiega quali sono le differenze tra la schiavitù degli antichi Greci e Romani, che consideravano questo fenomeno come condizione sociale, e la schiavitù degli africani, che aveva comportato un processo di disumanizzazione dell’uomo. Non manca di sottolineare quanto non solo i governi del tempo, ma anche la chiesa e gli intellettuali abbiano appoggiato e favorito questa vergogna, considerando i neri come delle bestie. Basti ricordare che Voltaire affermava che “La misura della loro intelligenza stabilisce una grandissima differenza tra costoro e gli altri esseri umani”, e Diderot scriveva: “Questi uomini neri, nati rudi e abituati al cibo grossolano, in America trovano delle raffinatezze che rendono la loro vita animale migliore che nel loro Paese”.

Il libro ripercorre i secoli di schiavitù fino alla sua abolizione, raccontando delle prime insurrezioni, quelle fallite e quelle riuscite, come ad Haiti nel 1804, e non dimenticando quei bianchi, come Lincoln, che si sono battuti affinché questo scempio finisse. Esplicative le parole dello scrittore e viaggiatore del 1700, Bernardin de Saint-Pierre: “Non so se caffé e zucchero siano essenziali alla felicità dell’Europa, so però bene che questi due prodotti hanno avuto molta importanza per l’infelicità di due grandi regioni del mondo: l’America fu spopolata in modo da avere terra libera per piantarli; l’Africa fu spopolata per avere braccia necessarie alla loro coltivazione”.

Perché leggere questo libro, oggi? Non solo perché chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, ma anche per riflettere sul fatto che, in fondo, la schiavitù non è mai finita, non solo perché l’ultimo Paese a bandirla ufficialmente è stato la Mauritania nel 1980, ma perché questo fenomeno, seppure sotto altre forme, risulta essere ben presente ancora oggi a diverse latitudini.

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