Addio Gianni, poeta OLTRE il tennis

 

Lunedì pomeriggio, appena atterrato all’aeroporto di Zurigo, ricevo un messaggio da mio fratello. Si susseguono poi, numerosi, messaggi di amici, di tutte le epoche. Tutti mi comunicano la stessa notizia: “E’ morto Gianni Clerici”. Sta succedendo quello che già successe alla morte di Maradona, perché Clerici, come Maradona, fa parte, da sempre, della mia vita. L’unica differenza tra i due è che, mentre Maradona l’ho ammirato solo allo stadio e in televisione, con Gianni ci siamo incontrati tantissime volte e ci siamo scritti, assiduamente e affettuosamente, per circa trent’anni.

In questi giorni, in queste ore, tutti piangono il giornalista sportivo che è stato, colui il quale, insieme a Rino Tommasi, ha allietato le telecronache di generazioni di appassionati, e ha deliziato con i suoi articoli generazioni di lettori. Il suo libro sul tennis più famoso, 500 anni di tennis, pubblicato per la prima volta nel 1974 e aggiornato continuamente fino al 2013, gli ha regalato la fama mondiale (controllate nella biblioteca di Wimbledon, troverete edizioni nelle lingue più improbabili) e l’ingresso, nel 2006, nella Hall of Fame, l’Olimpo del tennis. I più colti stanno ricordando il Clerici scrittore, quello che, a mio parere, troppo pochi conoscono. Il “vecchio scriba” non scrisse solo di tennis e non scrisse solo romanzi (I gesti bianchi, Il giovin signore, Erba rossa, Australia felix, Mussolini ultima notte…), ma anche poesie (Postumo in vita), opere teatrali (Mussolini, ultima notte e Divina), biografie (della “divina” Suzanne Lenglen), racconti (Zoo, Una notte con la gioconda). Il suo stile, sempre lieve e sottilmente ironico, si faceva apprezzare in ogni lettura, ma forse non contribuì a farlo considerare lo scrittore impegnato che in realtà era. Chissà che la sua grandezza non venga finalmente messa in evidenza oggi…

Potete leggere di tutto di più sul Clerici giornalista e scrittore semplicemente navigando su internet. Io invece vorrei ricordarlo condividendo con voi dei momenti privati, minimi, che mi hanno fatto amare Gianni come uno dei miei zii. Tutto cominciò nel gennaio dei primi anni ’90 (credo fosse il 1992, ma potrebbe essere stato già il 1991, la memoria in questo momento mi tradisce) grazie a un articolo su Repubblica, in cui Clerici raccontava di essersi recato dalla Sibilla Cumana per chiederle cosa sarebbe successo nell’anno tennistico e, non avendola trovata, era costretto a fornire al lettore le sue previsioni. Apprezzai molto l’articolo, tanto che pensai di scrivergli, tramite la redazione di Repubblica, una letterina in cui gli dicevo che, abitando nei pressi dell’Antro, mi ero recato dalla Sibilla per porle le domande che avrebbe voluto fare lui, e gli mandai così le mie “contro-previsioni”. La mia lettera gli fu recapitata e Clerici, incredibilmente, mi rispose. Da allora cominciammo a scriverci regolarmente e ogni volta per me era una piacevole sorpresa trovare nella cassetta della posta una sua lettera.

Nel 1996 vinsi, grazie alla rivista Tennis Oggi, un viaggio agli US Open. La direttrice della rivista, Michela Rossi, mi chiese quale personaggio famoso mi sarebbe piaciuto incontrare, e io non ebbi dubbi: Gianni Clerici! Michela organizzò un appuntamento, in un punto preciso dello stadio, ma Clerici non si presentò: si era smarrito nei meandri di Flushing Meadows. Dovetti aspettare il maggio 1997, a Roma, per incontrarlo. Sempre grazie a Michela Rossi, riuscii a intrufolarmi in sala stampa alla fine della sessione diurna del primo turno del singolare maschile. Le scrivanie erano piene di computer, tranne una, su cui troneggiava una vecchia macchina da scrivere, che Gianni Clerici stava usando. Purtroppo per me, il numero 1 del mondo, Pete Sampras, aveva appena perso in maniera inaspettata (da Jim Courier, se non erro per 76 64) e quindi tutti i giornalisti erano impegnati a scrivere il pezzo da inviare al giornale. Clerici mi liquidò, gentilmente, invitandomi a tornare il giorno dopo. Gli risposi che sarei tornato l’anno successivo, perché si era fatta ora di ripartire per Cuma. Mi guardò, si alzò dalla scrivania, e dicendo semplicemente “Sei tu” mi abbracciò. Restammo a chiacchierare a lungo, Repubblica poteva aspettare, e insisté per scattarci una fotografia insieme. Da allora, mi diede l’indirizzo di casa, a Como, per rendere più veloci i nostri scambi epistolari, che si intensificarono. Ogni volta che io andavo ai tornei, gli scrivevo il giorno in cui sarei stato lì, e lui mi dava un appuntamento fuori alla sala stampa, per fare due chiacchiere e aggiornarci. Le nostre lettere, rigorosamente scritte a penna da parte di entrambi, non trattavano solo di argomenti tennistici, ma di tutto di più. Quando uscì il suo romanzo “Erba rossa”, uno dei miei preferiti, rimasi così colpito dalle similitudini tra il protagonista, un chimico, e me stesso, che in chimica mi ero laureato, da scrivergli immediatamente per chiedergli a chi si fosse ispirato e come stesse la persona fonte di ispirazione; mi rassicurò: era viva e vegeta e non era un chimico, ma un architetto. Ci raccontavamo dei libri che avevamo letto: fu lui a farmi scoprire lo scrittore americano Jay Mc Inerney, e non con Le mille luci di New York, che lessi dopo qualche tempo, ma con il romanzo breve Nudi sull’erba, una vera rivelazione. Quando seppe che mi ero trasferito a Treviglio, mi diede i contatti di suo cognato, primario radiologo all’ospedale della cittadina. Ero sanissimo allora, ma per lui era importante che avessi un riferimento nella nuova città in cui vivevo, e dove non conoscevo ancora nessuno. Ci siamo incontrati, negli anni, nei tornei in giro per il mondo: a Milano, quando nel 2001 ammirammo un diciannovenne elvetico, di nome Roger Federer, vincere il suo primo torneo. A Roma diverse volte, ma anche a Wimbledon, dove nel 2006, sotto una pioggia torrenziale, convinse il giovane addetto alla security a farmi entrare all’interno della sala stampa, per chiacchierare all’asciutto. L’incontro più dolce fu sicuramente al Roland Garros del 2008: avendo saputo che ci sarebbe stata anche mia madre, per la prima volta sui campi da tennis ma soprattutto in lotta contro il cancro, fu lui a venire da noi, e l’abbracciò e chiacchierarono come se si conoscessero da sempre.

Qualche mese dopo le condizioni di mia madre peggiorarono, furono necessarie nuove chemioterapie. Mia madre mi chiese dei libri leggeri da leggere durante le lunghe attese in ospedale, ma che fossero allo stesso tempo intelligenti: non si voleva angosciare ulteriormente, ma non voleva nemmeno leggere stupidate. Le diedi allora le raccolte di racconti Zoo e Una notte con la Gioconda, che mia madre apprezzò tantissimo. Lo raccontai a Clerici nella mia lettera successiva e pochi giorni dopo, ricevetti un bigliettino, non firmato, che diceva così: “Maurizio, mi daresti l’indirizzo di tuo madre? Vorrei ringraziarla”. E la ringraziò davvero, con un biglietto affettuoso in cui si diceva onorato di averla aiutata a distrarsi in momenti così difficili, e le augurava tanta forza. Mia madre morì nel marzo 2010, e io ricevetti da Gianni un’affettuosissima lettera di conforto. Pochi mesi dopo, decisi di pubblicare un libro sul tennis, che conteneva i ritratti dei quasi campioni che avevo pubblicato su Tennis Oggi, i Numeri 1 per un giorno, con l’obiettivo di devolvere il ricavato alla ricerca sul cancro. Realizzai questo libro grazie alla complicità di due amiche, Michela Rossi, giornalista, e Laura Baccara, fotografa, ma mi mancava una presentazione forte. Pensai di chiederla proprio a Gianni Clerici che, a differenza di tanti altri, non mi scoraggiò affatto. Mi scrisse semplicemente così: “Ho appena rifiutato due richieste di prefazione a pagamento, perché i libri non mi piacciono. La tua prefazione la scrivo volentieri, per due motivi: perché devolvi il ricavato alla ricerca contro il cancro, e perché racconti dei campioni per un giorno, tema a cui io non avevo mai pensato. Dovrò litigare con il mio agente, ma non fa niente, tu mandami le bozze e al resto ci penso io”. Sì, avete letto bene: un giornalista e scrittore famoso, celebrato addirittura nella Hall of fame del tennis, dopo aver rifiutato di scrivere prefazioni a libri di scrittori famosi, decide di scrivere, gratis, la prefazione al libro di un signor nessuno, per di più autoprodotto. Si ispirò alla storia di Amanda Coetzer, tennista sudafricana, un articolo che lo aveva colpito molto.

Continuammo, negli anni, a scriverci, e ci rivedemmo un altro paio di volte, a Wimbledon. Abbiamo continuato a raccontarci di tutto, fino alla fine. L’ultima mia lettera, la scorsa Pasqua, rimasta senza risposta. In televisione, Gianni Clerici dava l’idea di un gentiluomo. Di persona, era molto di più: un animo nobile e generoso. In una sua poesia, si descriveva così: “Ho passato una vita/a guardare una palla/divenuta nel tempo/da bianchissima gialla/rimbalzava leggera/lungo i prati di Wimbledon/risaliva dorata sopra i tigli di Auteil/nei tramonti vermigli  /di stati affascinati/ che credevano che fosse/il campione il re/ma cosa resterebbe/della Divina e Tilden/di McEnroe e Martina/senza quella pallina/mi dicono persone/affaccendate colte/come hai fatto/a sprecare le tue doti native/per una vita vana/avranno ragione forse/ma a ciascuno tocca una sua religione” .

Ti sia lieve la terra, e grazie di tutto, Gianni, poeta OLTRE il tennis.

A Roma, maggio 1997

10 Comments

  1. Che ricordo commovente. Hai aggiunto tanto spessore e calore a una simpatia che sempre ho provato per la sua immagine pubblica.

  2. Meraviglioso….in queste poche righe mi hai dato la possibilità di apprezzare ancora di più lo spessore di un gigante come Gianni.

  3. Suo accanissimo fan ho “sempre saputo” che fosse una bella persona, ma tu ce ne dai gran conferma, grazie per aver condiviso con Noi il ricordo

  4. Credo che Gianni Clerici sarebbe felice di leggere con quanta bellezza e amore parli di lui. Complimenti alla tua bravura e per averci fatto conoscere meglio questo grande giornalista e scrittore. Un abbraccio

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