In Botswana per la mia rinascita

Inizia

Chi mi conosce sa che il 2010 è stato l’anno peggiore della mia vita, caratterizzato dalle morti, in poco più di due mesi, di mia madre e di Francesca, la mia amica di sempre. Vivevo da relativamente poco tempo in Svizzera, ero circondato da persone meravigliose che mi sostenevano ma che, per forza di cose, poco sapevano del mio vissuto, e perciò dovetti imparare a metabolizzare quei grandi dolori quasi completamente da solo.

Cominciai a sentirmi meglio nel 2011, e così decisi di realizzare un mio sogno proibito, almeno fino ad allora: visitare un Paese del continente africano; avevo visitato, fino ad allora, solo un paio di Paesi dell’Africa del nord. Il mio sogno proibito era, e resta tuttora, il Mali: volevo arrivare alle porte di Timbuktu, la città magica con la sua biblioteca incredibile, dove si studiava Dante già nel ‘500. Purtroppo non potevo prendere ferie fino alla seconda metà di aprile, e quello non sarebbe stato il periodo più conveniente, dal punto di vista climatico, per una visita in Mali. Il mio amico Salvatore Scamardella, titolare per decenni dell’agenzia di viaggi Flegrea travel a Bacoli, e per anni mio primo consigliere sulle mete da visitare, mi propose un Paese a cui non avrei mai pensato: il Botswana. Salvatore mi propose un safari con i fiocchi, in cui avrei campeggiato nei parchi nazionali del Botswana, in tende extra-lusso, e poi avrei trascorso gli ultimi due giorni in Zimbabwe, dove avrei ammirato, oltre al fiume Zambesi, le cascate Vittoria. Sarei partito a fine aprile, appena dopo la stagione delle piogge; i partecipanti al tour sarebbero stati al massimo 6 e avremmo avuto per tutto il tempo una guida locale.

Accettai con entusiasmo, ma pochi giorni prima della partenza cominciai ad avere dei dubbi. Non avevo mai viaggiato da solo per un tempo così lungo, e mai così lontano. Partii da Milano per Londra, da lì volo per Johannesburg e poi terzo volo a nord per Maun. Un viaggio interminabile, come ogni volta che avrei visitato l’Africa australe, ma ricco di aspettative. A Maun atterrammo in mezzo al nulla, su una pista di terra rossa. Le valigie vennero scaricate manualmente. Quando mi consegnarono la mia, morbida come richiesto dal tour operator, scoprii che mi era stata squarciata con un coltello. Nulla era stato rubato, ma di certo non potevo viaggiare così. Gli impiegati dell’aeroporto furono molto gentili, mi aiutarono a compilare la denuncia e mi indicarono un mercatino, appena fuori dall’aeroporto, dove avrei potuto comprare una valigia nuova. Purtroppo non c’erano valige morbide, e così dovetti ripiegare su un trolley, presentandomi all’appuntamento con gli altri viaggiatori con la valigia sbagliata.

Gli altri compagni di viaggio erano quattro tedeschi: una madre settantenne con figlia trentenne, di Amburgo, e una coppia di Baden Baden, lei sessantenne, lui settantenne. Ci imbarcammo su uno di quei piccoli aerei da 8 posti, sorvolammo il fiume Okavango, dal delta più grande del mondo, per atterrare su una striscia di terra e recarci verso il primo campeggio, dove avremmo trascorso le prime notti. Mi sembrava di essere in uno dei film di Bud Spencer: Piedone l’africano, Io sto con gli ippopotami, Banana Joe… Sorvolammo una natura meravigliosa e rigogliosa, tutto era colorato, animali e piante in abbondanza, anche se con l’areo si ballava. All’arrivo ci accolse il tour leader, Chief, un giovane del Botswana, che ci accompagnò al primo campo tendato e ci spiegò tutte le regole di sicurezza: eravamo ospiti a casa degli animali, con le nostre tende e con la nostra jeep, e come ospiti ci saremmo dovuti comportare, i padroni del territorio erano gli animali. Fuori dalle nostre tende ci sarebbe stato sempre un fuoco acceso, per tenere lontani gli animali. Avremmo pranzato appena fuori dalle tende, e l’auto sarebbe stata parcheggiata dal lato opposto delle tende rispetto al tavolo. Se, mentre eravamo fuori, fosse arrivato un animale da dietro le tende, ci saremmo alzati e rifugiati in auto; se l’animale fosse arrivato dall’auto, ci saremmo diretti verso la prima tenda. La sveglia sarebbe stata tutti i giorni all’alba. Ci avrebbero portato una brocca di acqua calda per lavarci, saremmo partiti per il primo safari. Saremmo poi tornati a ora di colazione, ripartiti, e tornati per il pranzo. Nei giorni in cui non si doveva cambiare campo, avremmo utilizzato il pomeriggio per riposare e per fare una doccia all’aperto. Nel tardo pomeriggio saremmo ripartiti per l’ultimo safari del giorno, saremmo ritornati per la cena, dopo cena avremmo chiacchierato un po’ davanti al fuoco, prima di andare a letto. Durante la notte era severamente proibito uscire dalla tenda, per la potenziale presenza di animali, attirati anche dal fatto che il fuoco si sarebbe naturalmente spento con il passare delle ore. Dal momento che i telefoni cellulari erano inutilizzabili, e lo sarebbero stati per l’intera durata del viaggio, Chief dotò ciascuno di noi di una trombetta, da usare in caso di emergenza. Tutte quelle regole mi rassicurarono, mi fu subito chiaro che il safari era stato organizzato veramente bene. La tenda poi, composta di tre aree, era extra-lusso: all’interno del primo locale c’era un letto; nel secondo locale, chiuso lateralmente ma senza il tetto, c’era la doccia che ci avrebbero riempito periodicamente, e un tavolino con uno specchietto ed un bacile per lavarci la faccia, e poi c’era un terzo locale, chiuso, con il gabinetto chimico. Era tutto esattamente come me lo aveva descritto Salvatore al momento della prenotazione, e le fotografie della brochure corrispondevano alla realtà.

Il tavolo per i pasti era posizionato sotto un albero, popolato da un numero di scimmie mai visto prima che, dopo aver mangiato i frutti, non esitavano a buttarci addosso le bucce, talvolta colpendoci. Dopo cena rientro nella tenda per andare a dormire, ma nonostante il viaggio interminabile e una stanchezza incredibile, non riesco. Non potevo immaginare che la natura fosse così rumorosa: i canti e i versi degli animali notturni, uccelli, insetti e non solo, sono incessanti. Mi viene persino il sospetto che si tratti di un CD registrato che qualcuno ha messo di nascosto nella tenda. Poi finalmente la stanchezza prevale e cado nelle braccia di Morfeo. Mi sveglia, prima dell’alba, non un addetto al campo, ma il verso di un ippopotamo, che nuotava nel fiume proprio nei pressi della mia tenda. Si parte per il primo safari! Primi contatti con gli animali, primo bagno di natura. Chief ci spiega delle piante, ci racconta che gli ippopotami sono gli animali più aggressivi in assoluto, che le elefantesse possono essere feroci quando hanno i cuccioli, che i leopardi sono gli animali più difficili da scovare, che… In pochi minuti mi affascina, sono incantato. Torniamo per la colazione e poi andiamo a rinfrescarci in camera. Al mio rientro, mi accorgo che un giovane elefante, poco più di un cucciolo, si sta dirigendo verso le tende. Per un attimo dimentico le regole di sicurezza e ho l’impulso di avvicinarmi a fotografarlo, ma mi ricordo in tempo come ci si comporta e ritorno verso la mia tenda.

Continuiamo ad andare in giro alla ricerca di animali, sono affascinato dalla varietà di insetti e uccelli che incontriamo, non avevo idea ne esistessero così tanti. Eppure l’animale che mi incanta di più, esattamente come quando ero bambino, è la giraffa, per quella sua grazia in un corpo così singolare, che certo non si può definire bello ma che diventa, inevitabilmente, elegante. Il pomeriggio a riposare è funestato da urla sovrumane della ragazza tedesca. E’ per caso piombata nel campo una bestia feroce? Ma no, c’è solo un ragno che è entrato nella sua tenda, e lei ha paura dei ragni. E’ vero che qui i ragni sono più grossi del palmo di una mano, ma sono del tutto innocui, tanto che io ho dormito tranquillamente con uno di essi sulla parete della mia tenda.

Ed è di sera che lo incontriamo la prima volta. Se ne sta acquattato in un cespuglio, a divorare la carcassa di una gazzella, che ha da poco catturato e ucciso. Forte è l’odore del sangue e della carne del povero animale sventrato. Si accorge del nostro arrivo, ci guarda perplesso, sembra un gattone un po’ troppo cresciuto: sto parlando del leopardo, classe allo stato puro. In questo viaggio lo rivedrò altre quattro volte, tanto da pensare che non sia difficile incontrarlo, ma poi, negli anni successivi, lo scorgerò solamente una volta in Uganda e un’altra in Sud Africa.

Il viaggio procede lento, intenso, ricco, le attività sono regolate dal ritmo della natura. L’assenza di internet, e-mail, radio, televisione e telefoni mi fa sentire in comunione con la natura. Queste luci, questi suoni, questi colori e questi profumi sono unguento per le mie ferite, mi sento tornare alla vita dopo tanto dolore, che certo non va via, ma il Botswana mi sta insegnando a tenerlo con me. Anche ora, mentre ne scrivo dopo tanti anni, mi sembra di rivivere quelle emozioni, e al tempo stesso mi rendo conto di non riuscire a trovare le parole giuste per descrivere quanto visto e quanto provato.

Il viaggio proseguì verso Moremi, e poi verso Chobe, e tante altre furono le avventure che ci capitarono. Emozionante l’incontro con i leoni, soprattutto quello con la leonessa e i suoi cuccioli. Un po’ strano assistere all’accoppiamento, sia perché mi sentivo un guardone, sia perché le copule erano molto veloci, anche se continuamente ripetute. Facemmo esperienza dell’ira di un’elefantessa quando, con la nostra jeep, ci frapponemmo tra lei e il cucciolo (non lo avevamo visto): dopo aver barrito, non esitò a caricarci, ma Chief fu lesto a mettere in moto e a scappare. La cosa più singolare capitò una notte, alle 3.45, mentre eravamo immersi nel sonno. Fummo svegliati da un frastuono incredibile: gli uccelli lanciavano grida di allarme, e si sentivano animali correre, il tutto per diverse decine di minuti, seguiti poi da un silenzio irreale. Dopo circa 45 minuti, si sentirono di nuovo gli uccelli, che stavolta non lanciavano grida di allarme. Pensai che una delle bestie feroci fosse entrata nel campo e, appena fu possibile, ripresi a dormire. La mattina dopo scoprimmo, dalle orme lasciate sulla terra, che durante la notte era stato un leone a farci visita. A Chobe, verso il tramonto, assistemmo allo spettacolo unico degli animali che si recavano sulla riva del fiume a bere, tutti insieme. Tra di essi molti elefanti: Chief ci spiegò che, nel vicino Zimbabwe, gli elefanti venivano cacciati con i fucili e così, siccome questi animali hanno buona memoria, si rifugiavano oltre il confine, in Botswana. Emozionante fu vedere un’elefantessa che insegnava al suo cucciolo come usare la proboscide per bere, e quello stesso cucciolo, pochi minuti dopo, tuffarsi nel fiume felice, proprio come fosse un bambino.

Avrei, negli anni successivi, visitato tanti altri Paesi africani e partecipato a tanti altri safari, ma mai nessuno ha avuto la stessa intensità della mia prima volta in Botswana.

3 Comments

  1. La magia dell’Africa.
    Avevo preso in considerazione di andare in Botswana questa estate, ma poi ho cambiato meta. Sicuramente però visiterò un giorno questo paese e spero di vivere le tue stesse emozioni.

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