Il silenzio è la mia lingua madre: ritratto di adolescente in campo profughi

Inizia

Sulaiman Addonia è uno scrittore britannico di origine africana, che lavora anche per l’accademia di scrittura creativa per rifugiati. Nato in Eritrea nel 1974 da madre eritrea e padre etiope, nel 1976 scampò al massacro di Om Hajar, nel corso del quale il padre fu assassinato, e con il resto della famiglia trovò ospitalità in un campo profughi in Sudan. Due anni dopo la madre lasciò il campo profughi per trasferirsi in Arabia Saudita, dove aveva trovato lavoro come domestica, così il piccolo Sulaiman fu cresciuto, insieme al fratello, dai nonni. Solo nel 1984 i fratellini riuscirono a seguire la madre in Arabia, e poterono finalmente frequentare le scuole. Durante gli anni in Sudan e in Arabia Saudita il ragazzino assisté a tantissimi episodi di violenza, in particolar modo sulle donne, sua madre inclusa, che gli provocarono forme gravi di insonnia. Così, mentre tutti dormivano, il giovane studiava, fino a riuscire ad ottenere un diploma. Nel 1990 ottenne, assieme al fratello, asilo politico in Gran Bretagna, nonostante i due giovani non parlassero una parola di inglese; Sulaiman imparò presto, tanto da riuscire a studiare Sviluppo alla SOAS University of London ed Economia al London University College. Nel 2000 Addonia divenne cittadino britannico. Anche se adesso è sposato, ha un figlio e una vita stabile, lo scrittore ha più volte sottolineato che “non si smette mai veramente di essere un rifugiato”.

Perché vi ho raccontato la sua storia? Perché Addonia ha sublimato l’esperienza nel campo profughi in un bellissimo romanzo, Silence is my mother tongue, del 2018, che l’editore Francesco Brioschi ha recentemente pubblicato, nella collana Gli altri, con il titolo Il silenzio è la mia lingua madre e la traduzione di Gioia Guerzoni. Protagonista principale del romanzo è la giovane Saba, che, con il fratello Hagos e la madre, vive in un campo profughi. Saba non è una ragazza come le altre: nonostante le condizioni di vita, ama i libri, studia con profitto, sogna di diventare medico. Vive in simbiosi con il fratello, poco più grande di lei e muto, e perciò visto da tutti, o almeno da tanti, come un diverso. La loro simbiosi non manca di generare pettegolezzi e illazioni, che i due giovani comunque supereranno. Attorno a loro, scorre lenta la vita del campo profughi, una vita che noi non immaginiamo e che il romanzo ci aiuta a conoscere. Ma, anche all’interno di un campo profughi, le domande che si pone Saba sono universali: che cos’è l’amore? Qual è la lingua per esprimerlo? E come sarà il sesso?

Un romanzo intenso, che ci regala uno splendido ritratto di adolescente, Saba, oltre a ritratti accurati di personaggi secondari, a partire da Hagos. Eppure c’è un secondo protagonista in questo romanzo, presente in ogni pagina: il campo profughi. Perché, come ci ha insegnato Addonia, “non si smette mai veramente di essere un rifugiato”.

Un libro che a me ha emozionato, spero accada anche a voi. Buona lettura!

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