Una delle scoperte del 2024 è stata per me la casa editrice Le plurali, che pubblica libri di saggistica e narrativa scritti da donne e da persone che vivono identità marginalizzate. Vi avevo raccontato della mia prima lettura, alla quale ne sono seguite altre, che non ho avuto tempo di raccontare nel blog, come ad esempio “Lei che mi ha liberata” di Maya Angelou.
A fine anno Le plurali ha lanciato una nuova collana, chiamata Voci Kwir, che accoglie voci autoriali queer dell’area mediorientale, nordafricana e delle diaspore, per superare stereotipi identitari e condividere visioni di liberazione.
Il libro che inaugura questa collana è Hijab Butch Blues, della scrittrice Lamya H, pubblicato in italiano con la traduzione di Beatrice Gnassi. L’ho letto dapprima con curiosità e poi, pagina dopo pagina, con un interesse sempre maggiore. Si tratta di un memoir dell’autrice, che l’editore presenta con le seguenti parole: “Lamya vive in Medio Oriente, ha 14 anni e una cotta per la sua insegnante, si annoia terribilmente, vorrebbe sparire, si sente fuori posto. Fino a quando, leggendo un passo del Corano, tutto cambia, perché Lamya si rende conto che anche Maria di Nazareth era disinteressata agli uomini, proprio come lei. Inizia allora a rileggere il Corano mettendolo in relazione con le sue esperienze, desideri e il suo coming out. Lamya costruisce un po’ alla volta la sua identità di donna migrante, musulmana e queer. Questo memoir intimo e toccante, che va dall’infanzia della protagonista al trasferimento negli Stati Uniti per l’università, fino all’età adulta, racconta una storia universale di formazione e autodeterminazione, che abbatte luoghi comuni e barriere culturali. Il libro, vincitore dello Stonewall Book Award, è il primo del progetto voci kwir”.

La lettura di questo libro è stata un viaggio, dall’inconsapevolezza alla consapevolezza, ma è stato un viaggio anche nel senso letterale del termine; la protagonista ha infatti attraversato diversi Paesi, e quindi diverse culture, scontrandosi con visioni diverse della sessualità e dell’islam. Questo libro è un manifesto dell’intersezionalità, di cui finalmente sempre più persone cominciano a rendersi conto, ed è un libro “profondamente antirazzista e decoloniale”, per usare le parole delle direttrici editoriali del progetto, Cecilia Della Negra e Paola Rivetti. E’ il genere di libro che mi piace leggere, sia perchè trovo espressi i principi che regolano la mia vita, sia perché mi permette di imparare cose che non conoscevo, come ad esempio le tante storie raccontate nel Corano. Un bell’esordio per questa nuova collana, da non perdere.

Come sempre proponi letture estremamente interessanti. Grazie per quest’altra scoperta.