Vite ribelli. Bellissimi esperimenti

Inizia

Capita, talvolta, di imbattersi per caso in autori sconosciuti e di restarne folgorati, per i temi che trattano, per il modo in cui li trattano, per le conseguenze che questi temi hanno. E’ ciò che mi è accaduto con Saidiya Hartman, scrittrice e accademica statunitense, studiosa di storia culturale, fotografia e filosofia etica, nella sua carriera si è concentrata sulla cultura afroamericana e sulle intersezioni tra diritto e letteratura.

Una delle cose che mi piace della Hartman è che riesce a scrivere libri non etichettabili, nel senso positivo del termine. Intendo dire che ciò che scrive non è catalogabile in un solo genere letterario ma è piuttosto l’intersezione di generi letterari diversi. Vi avevo già raccontato di lei presentando le riflessioni sulla schiavitù contenute nel libro Perdi la madre. Ora torno a parlarvi di lei grazie al suo nuovo lavoro, Vite ribelli, bellissimi esperimenti, pubblicato da Minimum fax con la traduzione di Maria Iaccarino, che il New York Times ha inserito nella lista dei cento migliori libri del ventunesimo secolo.

Vite ribelli

In questo testo l’autrice si concentra sul periodo che segue la fine della schiavitù negli Stati Uniti, e sulla vita delle donne nere. Come possiamo immaginare, la vita non fu subito rose e fiori per gli ex schiavi, ma ci vollero generazioni per cominciare ad acquisire anche i più elementari diritti. Se questo era vero per gli uomini, era ancora più vero per le donne. Tutte le donne che non rientravano nello stereotipo di donne ubbidienti, erano considerate donne ribelli. In altre parole le donne libere, che sceglievano chi amare e cosa fare del proprio corpo, erano, inevitabilmente delle ribelli.

Traggo dalla lettura del libro la definizione di minorenne ribelle, secondo il Codice di procedura penale di allora. Una minorenne ribelle era: qualsiasi persona di età compresa tra i 16 e i 21 anni che:

  1. frequenti abitualmente persone dissolute;
  2. venga trovata a frequentare di sua spontanea volontà e consapevolmente una casa di prostituzione, di appuntamento o malfamata, o frequenti abitualmente ladri, prostitute, magnaccia, protettori o persone immorali;
  3. sia intenzionalmente disobbediente alla ragionevole e legittima autorità dei genitori, tutori o altro custode e che sia moralmente depravata o rischi di diventare moralmente depravata;
  4. senza giusta causa o consenso di genitori, tutori o altro custode, diserti la propria casa o domicilio di residenza, e che sia moralmente depravata o rischi di diventare moralmente depravata;
  5. si comporti in modo tale da recar deliberatamente danno o mettere in pericolo i principi morali propri e altrui.

Le ribelli erano colpevoli di vivere ed esistere in un modo considerato pericoloso, ed erano un rischio per il bene pubblico. Formalmente non erano delinquenti, in quanto non commettevano alcun reato.

I bellissimi esperimenti del titolo sono proprio le vite di queste ragazze ribelli, che cercavano e ribadivano il proprio modo di esistere. L’editore spiega con poche, illuminanti parole il senso del libro: Vite ribelli, bellissimi esperimenti racconta storie di amore liberissimo, di madri «single» ma tutt’altro che sole, di lavori umilianti rifiutati e di affetti nati dentro le stanze di un carcere femminile. Riportare alla luce ciò che è stato cancellato o rimosso, dare la parola al silenzio: questo è il lavoro straordinario che Hartman svolge con rigore e partecipazione, incrociando le storie di queste donne disobbedienti a quelle di personaggi noti come Billie Holiday, Paul Laurence Dunbar e W.E.B. Du Bois, ma lasciando che sia sempre «il coro» ad occupare il centro della scena.

Una delle mie migliori letture degli ultimi mesi, che consiglio anche a voi.

1 Comment

Lascia un commento

Your email address will not be published.