Il modo in cui abbiamo studiato la storia a scuola è senza dubbio eurocentrico, ma anche maschiocentrico. E’ questo il modo in cui, ancora oggi, la stampa racconta gli eventi del passato. Eppure, lentamente, qualcosa si sta muovendo. Si cerca finalmente di raccontare la storia con gli occhi dei non europei, e qualcuno sta finalmente raccontando le gesta delle donne.
L’ultimo esempio e’ il preziosissimo libro pubblicato da poco dall’editore Infinito, intitolato Black Sisters, con un sottotitolo molto eloquente: Le donne e la guerra nell’Africa subsahariana. L’autrice è Antonella Sinopoli, giornalista, già redattrice per Adnkronos; attualmente scrive per Nigrizia e Valigia blu e vive tra Italia e Ghana.

Nel libro l’autrice ci presenta donne di tutti i Paesi, per la maggior parte a noi sconosciute che, in tempi di guerra, sono state fondamentali per i processi (o almeno i tentativi) di pace. Qualche esempio? In Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, eletta Presidente della Repubblica nel 2005, due anni dopo la fine della guerra civile, prima donna a ricoprire il ruolo di capo di Stato nel continente africano. Ricevette il premio Nobel per la pace, per la “lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare al processo di pace”. Assieme a lei, ricevette il premio la connazionale Leymah Gbowee, madre di cinque figli, che nel 2002 cominciò a mobilitare le donne a organizzare preghiere di pace collettive. Finì per creare il movimento Wlmap, Women of Liberia Mass Action for Peace. Manifestavano regolarmente, vestite di bianco, davanti ai palazzi del potere e, quando alla polizia venne dato l’ordine di arrestarle, la Gbowee usò il potere del corpo di madre, togliendosi i vestiti e incoraggiando le altre donne a imitarla. Fu uno schiaffo in faccia al potere maschile e un segno di potenza della donna madre.
In Guinea Bissau, Titina Ernestina Silà, che faceva parte della resistenza contro i portoghesi, e si unì alla lotta armata nonostante fosse vietato alle donne parteciparvi. Morì a soli 30 anni, il 30 gennaio 1973, uccisa durante un’imboscata mentre si recava al funerale di Amilcar Cabral, assassinato qualche giorno prima. Oggi in Guinea Bissau il 30 gennaio si celebra la giornata della donna.
In Zimbabwe è vivo il ricordo di Mbuya Nehanda, che guidò quella che viene ricordata come la prima guerra di liberazione contro l’invasore britannico, cominciata nel 1896. Nel 1898 la Nehanda fu catturata e, dopo un processo sommario, impiccata. Le sue ultime parole furono “le mie ossa risorgeranno” e proprio queste parole sono state, e sono tuttora, l’ispirazione per le donne delle generazioni successive.
Come non ricordare la figura di Andree Blouin, considerata da molti la donna piu’ pericolosa d’Africa? Nata in una cittadina, ai tempi colonia francese, che oggi fa parte della Repubblica Centrafricana, dall’unione di una quattordicenne locale con un francese quarantenne, trascorse l’infanzia in un orfanotrofio per bambini di razza mista, dove subì le prime esperienze di segregazione razziale.In età adolescenziale ebbe un figlio da un francese; a due anni il piccolo si ammalò di malaria, ma le cure gli furono rifiutate perchè non bianco. Fu quella la molla che fece sviluppare la coscienza sociale della Blouin, e il desiderio di fermare le ingiustizie. Si trasferì in Guinea dove si impegnò in politica al fianco di Sekou Toure’, leader del partito democratico e primo presidente della Guinea indipendente, nel 1958. Organizzava e partecipava a comizi, incoraggiando in particolare le donne a prendere parte attiva al processo di indipendenza. Successivamente fece lo stesso in Congo, lavorando con Patrice Lumumba. Una volta proclamata l’indipendenza dal Belgio, Andree divenne capo del protocollo del nuovo governo. Come sappiamo, le cose per il Congo andarono diversamente da quanto sperato. La Bluoin lasciò il Paese appena prima dell’assassinio di Lumumba. Diventò consigliera del leader del Ghana. Convinta panafricanista, fu costretta, durante la sua vita, ad affrontare, oltre al razzismo, il sessismo e il maschilismo.
A scanso di equivoci, vorrei chiarire che questo libro è molto di più di una galleria di ritratti di donne africane; è un’analisi della storia e della societa’ del continente africano, o meglio di parte di esso, con particolare attenzione al ruolo delle donne in questi percorsi. E’ un libro che apre gli occhi a noi occidentali e prova a colmare, almeno un poco, le nostre ignoranze e lacune. E’ un libro che va proposto alle giovani generazioni, affinché crescano in maniera più sana, immuni da sessismo e razzismo.

L’eurocentrismo è una benda negli occhi. Grazie per farle allentare il nodo con questi contributi. È un libro che ha sicuramente catturato il mio interesse. Grazie