Da qualche tempo ho scoperto una piccola casa editrice, Wetlands, che produce pietre preziose. Mi ha colpito in particolare la collana “afterwords”, progetto letterario dedicato alle voci più innovative dell’Africa e dell’afrodiscendenza, diretto da una scrittrice da me molto amata, l’etiope Maaza Mengiste.
Mio padre, conoscendo i miei gusti, per Natale mi ha regalato, uno dei libri di questa collana, Black time, della scrittrice sudanese Fatin Abbas, tradotto in italiano da Paolo Bassotti. Passeggiando per le vie di Venezia, visitando le chiese, i monumenti e i luoghi di attrazione, l’autrice riflette sulla sua vita, sulla sua infanzia e sul trauma di dover lasciare il Sudan devastato dal regime, sulla tristezza di non poter tornare in Sudan, a causa di un’assurda guerra permanente, “che non è una guerra civile ma una guerra controrivoluzionaria istigata da due generali assetati di potere, col sostegno di regimi neocoloniali come Emirati Arabi, Egitto e Russia, intervenuti per far deragliare la rivoluzione sudanese del 2019”. Queste riflessioni diventano una vera e propria meditazione, che inducono il lettore a interrogarsi sulla propria vita, sulle esperienze simili, ma anche su esperienze completamente diverse rispetto a quelle dell’autrice.

Si comincia riflettendo sulla sottile differenza che intercorre tra il flaneur e il perdigiorno, per poi soffermarsi sul concetto di tempo , il “black time” contrapposto al “white time”, il tempo sudanese, lento e accogliente, rispetto al tempo americano dell’efficienza e della produttività. L’autrice riflette sulle sue differenze di comportamento in Sudan rispetto agli Stati Uniti. Sa bene che, se in Sudan si va a far visita ai parenti, il tempo di permanenza in casa degli ospiti non sarà mai inferiore alle 4-5 ore, e ci sarà sempre la possibilità di pernottare lì.
Gli ultimi due capitoli del libro sembrano parlare direttamente a me tanto che potrei averli scritti io, se solo avessi saputo scrivere così bene. Nel primo ci sono delle riflessioni sull’amore queer, nel senso letterale del termine, cioè “singolare”, “eccentrico”: “Invece di mariti e figli, ho amici. I miei amici sono la famiglia che ho scelto. […] Nella mia vita l’amore degli amici e della comunità è stato più importante di quello romantico. Un piccolo gruppo di persone care mi ha donato un senso di connessione più appagante di quello che ho provato nella coppia: la vita e lo scambio all’interno di un gruppo, l’esperienza collettiva della quotidianità, il sostegno reciproco tra alti e bassi, vittorie e delusioni. Forse per questo ho sempre preferito vivere con gli amici piuttosto che con un partner”. Nell’ultimo capitolo la scrittrice ritorna con la memoria nelle diverse case in cui ha vissuto, nelle diverse città. Nel mio piccolo, avevo fatto una riflessione simile in questo blog.
Un libricino breve, di meno di cento pagine, ma così denso di contenuti che si lascia leggere, e poi rileggere, e poi leggere ancora… Una piacevole scoperta, che consiglio senz’altro.

Che bella scoperta questa perla. E con Maaza Mengiste si va sulla letteratura di qualità. 🙏🏾 Grazie