Cronorifugio

di Georgi Gospodinov

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Georgi Gospodinov, photo Phelia Barouh

Sarà capitato anche a voi di innamorarvi “a prima lettura” di autori appena scoperti, e di continuare a leggerli non solo con continuità, ma anche con trepidazione. Negli ultimi anni mi è capitato con autori quali Ngugi wa Thiong’o, Piera Ventre, e con l’autore di cui sto per parlarvi, il bulgaro Georgi Gospodinov. Vi avevo raccontato tempo fa della sua raccolta di racconti “Tutti i nostri corpi”, stavolta vi parlo di “Cronorifugio”, il romanzo appena pubblicato da Voland, con la traduzione del professor Giuseppe Dell’Agata.

Cronorifugio è un romanzo di 371 pagine, diviso in sezioni: Clinica del passato, La decisione, Ogni paese preso a parte, Referendum sul passato e Mostri discreti, seguite da un breve epilogo e dai ringraziamenti, che ci forniscono informazioni sulla stesura dell’opera.

Nella prima sezione l’io narrante ci presenta Gaustìn, coprotagonista di questo scritto. I due si incontrano a Zurigo e l’io narrante accetta di collaborare con Gaustìn alla creazione delle “cliniche del passato”, una sorta di rifugio per i malati di Alzehimer, o almeno questa era l’intenzione originaria. La prima clinica sorge proprio a Zurigo, “una città buona per viverci e ancora migliore per morirci. Una città tranquilla come un cimitero. Non ti stai annoiando, mi chiedono per telefono. La noia è l’emblema di questa città. Qui si sono annoiati Canetti, Joyce, Duerrenmatt, Frisch e anche Thomas Mann. Anche se mi pare inadeguato paragonare la mia noia con la loro”. Sono rimasto molto colpito, io che vivo nei pressi di Zurigo da tredici anni, nel leggere queste parole che, se non si ha la sensibilità di guardarsi intorno e di allontanarsi dai quartieri sonnolenti del centro città, rischiano di diventare veritiere e dare proprio le sensazioni descritte dall’autore, cioè vivere senza tempo.  L’autore continua così: “Zurigo è una città per invecchiare. Il mondo va più piano, il fiume della vita è sfociato in un lago, lento, con una superficie tranquilla, il lusso della noia e il sole sulla collina per le vecchie ossa. Il tempo in tutta la sua relatività. Non è affatto un caso che due scoperte del XX secolo, collegate appunto col tempo, si siano verificate proprio qui, in Svizzera: la teoria della relatività di Einstein e La montagna magica di Thomas Mann”.  L’idea delle cliniche del passato prende piede, l’entusiasmo contagia anche le persone sane, tanto che il protagonista si chiede se il passato abbia una data di scadenza. Gaustìn spiega così la scelta della Svizzera: “La verità è che la Svizzera era il paese ideale, pensai, per il grado zero del tempo. Un paese senza tempo può essere più facilmente popolato con tutti i tempi possibili. Era riuscita a insinuarsi perfino nel XX secolo senza segni particolari, che altrimenti ti trattengono sempre in anni specifici”.

Nella sezione successiva, La decisione,  preso atto che tanta gente ha paura del futuro, e tanta altra ha nostalgia del passato, si decide di indire un referendum,  nell’Unione Europea e in Svizzera, per tornare a vivere nei decenni passati. Ogni nazione, mediante un referendum, deciderà quale decennio del XX secolo rivivere. Nella terza sezione il protagonista torna in Bulgaria, che si prepara al referendum, e partecipa, in incognito, alle manifestazioni dei due schieramenti. Nella quarta sezione si commentano in maniera dettagliata i risultati dei referendum e si analizzano i decenni vincitori. Mentre tutti i Paesi dell’Unione Europea hanno scelto decenni ben precisi, la Svizzera ha scelto di rimanere, ancora una volta, senza tempo, votando per il presente. Dopo lo sconcerto iniziale, l’Unione Europea accetta il risultato: la Svizzera ha deciso di mantenere il tempo invariato e costituirà un punto di riferimento stabile per tutti gli altri stati tornati ad un passato più o meno vicino.

La quinta sezione, Mostri discreti, è composta da 48 brevi paragrafi, riflessioni non solo sul tempo, ma anche sul concetto di appartenenza, o mancanza di appartenenza. Una riflessione che mi ha molto colpito è la seguente: “Da qualche parte, sulle Ande, credono ancora oggi che il futuro sia dietro di te. Arriva alle tue spalle in modo sorprendente e inaspettato, mentre il passato sta sempre davanti ai tuoi occhi, è già accaduto. Quando parlano del passato, gli uomini del popolo degli Aymara indicano con la mano davanti a sé. Vai avanti col viso rivolto al passato e ti giri indietro verso il futuro”.

Leggendo questo libro non potevo fare a meno di sottolineare le affermazioni e le considerazioni dei protagonisti. Quando ero a lavoro continuavo a pensare a ciò che avevo letto la sera prima, e non vedevo l’ora di tornare a casa per proseguire la lettura. Una volta terminato, questo libro è rimasto a lungo sul mio comodino e ancora oggi mi ritrovo a sbirciare tra le cose sottolineate. Un romanzo filosofico sul tempo, scritto in maniera fluida e scorrevole. Un romanzo che permette di astrarsi da ciò che ci circonda, per riflettere solo su quello che si legge. Un autore che  amo sempre di più, e che spero ottenga anche in Italia e in Svizzera la fortuna che il suo talento merita.

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