Nostra Signora del Nilo: le radici dell’odio

di Scolastique Mukasonga

Inizia

Uno dei viaggi più intensi che io abbia mai fatto è stato sicuramente quello del 2019 in Ruanda. Ci tenevo a visitare questo Paese proprio durante il venticinquesimo anniversario di quello scandalo che fu il genocidio del 1994, perpetrato dagli hutu sui tutsi, nella totale indifferenza della comunità internazionale. Prima di partire mi resi conto che, sebbene all’epoca dei fatti io avessi già 22 anni, in realtà sapevo molto poco, non tanto di ciò che era successo, ma del perché fosse successo.

Cominciai allora a documentarmi, e mi furono utili in particolare due libri: “Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie”, dell’americano Philip Gourevitch, sulle settimane del genocidio, “Oggi disegneremo la morte”, del polacco Wojciech Tochman, che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti: vittime, carnefici, giudici, psichiatri, preti, soldati… Naturalmente mi misi a studiare un po’ di storia del Ruanda, scoprendo così che la differenza tra gli hutu e i tutsi, di comune fede cristiana, era nata in base alle loro attività: allevatori, e quindi più ricchi, i tutsi, agricoltori, e quindi più poveri, gli hutu. Furono i belgi, durante il colonialismo, ad accentuare queste differenze, legandole anche all’aspetto fisico (alti e slanciati i tutsi, robusti e di media statura gli hutu), fino a scrivere questa supposta diversità etnica sui documenti di identità. Per coloro i quali possedevano sia capi di bestiame che la terra da coltivare, la classificazione in hutu o tutsi veniva determinata in base al numero di capi. Durante il colonialismo i belgi si legarono molto all’aristocrazia tutsi, che rappresentava circa il 20% della popolazione. Finito il colonialismo, al potere arrivarono gli hutu, con l’accordo del governo belga, e da allora cominciarono le lunghe persecuzioni sui tutsi, fino al 1994, che culminò con il genocidio.

Ci siamo chiesti spesso come sia possibile tutto questo, come può essere che vicini di casa denuncino i propri vicini, gli insegnanti i propri studenti, i capiufficio i propri collaboratori. A differenza delle persecuzioni naziste, in questo caso non c’è nemmeno il fattore religioso, eppure queste cose sono accadute più volte nella storia e potranno continuare ad accadere; per evitare tutto questo dobbiamo vaccinarci, con la conoscenza. Dopo aver imparato cosa era successo, e come il tutto era cominciato, dovevo ancora sapere come erano stati gli anni tra la presa del potere hutu e il genocidio finale. Ha colmato questa mia lacuna il romanzo “Nostra Signora del Nilo”, della ruandese Scolastique Mukasonga. L’autrice, nata nel 1956, è stata costretta a lasciare il Paese nel 1973, a causa delle persecuzioni degli hutu, rifugiandosi prima in Burundi e poi in Francia. Durante il genocidio del 1994 ha perso 27 membri della famiglia, compresa la madre. Questo romanzo, uscito in Francia nel 2012 e poi pubblicato in italiano grazie all’editore “66th and 2nd”, ha ricevuto numerosi premi, tra i quali il Prix Ahmadou Kourouma e il Prix Renaudot.

La storia è ambientata a Nyaminombe, Ruanda, all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, all’interno del liceo “Nostra Signora del Nilo”, situato non lontano dalla sorgente del grande fiume, dove si erge la statua della Madonna nera. E’ l’inizio di un nuovo anno scolastico, e in questo liceo femminile, che ospita le figlie dell’alta società ruandese, arrivano Gloriosa, Frida, Goretti, Godelive, Immaculèe, e tante altre ragazze figlie di politici e ricchi commercianti hutu. Assieme a loro arrivano anche Veronica e Virginia, due delle ragazze tutsi ammesse al liceo grazie alla quota etnica, un misero 10%. Sembra un anno scolastico come tutti gli altri, con le suore e i professori che si affannano per preservare le ragazze dalle “malizie del mondo” e per dar loro, allo stesso tempo, un’istruzione che le renda esempio di “promozione femminile”. Al di là della scuola, si sviluppano presto amicizie e gelosie, conflitti interiori, tormenti del corpo e della mente, cosa che avviene in tutti gli adolescenti di tutte le epoche. Di diverso c’è però che quello non è un anno scolastico normale, e Veronica e Virginia si trovano sempre più esposte alla crudeltà del razzismo. Sanno fin dall’inizio di non essere uguali alle altre ragazze, sanno che “un diploma tutsi non è come un diploma hutu. Non è un vero diploma. Il diploma è la tua carta d’identità. Se c’è scritto tutsi, non troverai mai lavoro, neppure presso i bianchi”.

Quello che le due ragazze non sanno, o almeno non si aspettano, è questo moltiplicarsi della violenza, prima soltanto verbale, fino all’esplosione vera e propria, che costituirà la prova generale del genocidio del 1994. La Mukasonga usa una scrittura lieve, che comunica comunque l’atmosfera di crudeltà di quegli anni. Sebbene l’autrice non accusi direttamente il colonialismo europeo, mette comunque in evidenza come le suore e i sacerdoti zelanti abbiano fatto del loro meglio per tenere le ragazze tutsi in uno stato di soggezione costante, che diverrà poi umiliazione. Libro da leggere, per capire.

Già pubblicato su Sconfinamenti, nel aprile 2021

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