Perdi la madre: riflessioni sulla schiavitù

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Uno dei traumi della mia infanzia è stato senza dubbio la visione del telefilm Radici. Avrò avuto cinque o sei anni, la televisione aveva appena due canali e finalmente era arrivato il colore anche a casa mia, e seguivamo con il fiato sospeso le disavventure di Kunta Kinte e della sua famiglia. Ricordo come fosse adesso, quarantacinque anni dopo, il momento in cui la figlioletta di Kunta Kinte, credo si chiamasse Lizzy, fu rapita e portata via. Questo trauma ha influenzato anche i miei viaggi di adulto, portandomi, tra gli altri luoghi, alla porta del non ritorno di Ouidah, Benin, ai castelli di Elmina e Cape Coast, Ghana, a Gorèe, in Senegal.

Non potevano mancare le letture sul tema, come il libro che vi presento oggi. Si tratta di Perdi la madre, di Saidiya Hartman, pubblicato dall’editore napoletano Tamu con la traduzione di Valeria Gennari. L’autrice insegna letteratura africana americana e storia culturale alla Columbia University, ed è autrice di Scenes of Subjection: Terror, Slavery, and Self-Making in Nineteenth Century America (1997) e Wayward Lives, Beautiful Experiments (2019). Nelle sue opere intreccia una meticolosa ricerca storica a una narrazione che recupera dall’oblio le storie di personaggi senza nome – le prigioniere sulle navi schiaviste, gli abitanti dei ghetti di New York e Philadelphia agli inizi del ventesimo secolo. Il suo lavoro mira a far riemergere «la testimonianza di vite, traumi e fugaci momenti di bellezza che gli archivi storici hanno omesso o occultato». Con questa motivazione nel 2019 ha ricevuto il prestigioso premio MacArthur.

L’editore presenta il libro con le seguenti parole: Dov’è che un uomo o una donna neri possono dirsi a casa, oggi? La storia recente degli Stati Uniti ci insegna che la «terra delle opportunità» è un posto dove le vite delle persone nere sono ancora messe a repentaglio. In Africa, il sogno dei leader anticoloniali di un continente dove neri e nere di tutto il mondo trovassero rifugio e prosperità ha lasciato il posto a povertà e disillusione. Indagare il passato può aiutare a trovare risposte a questa crisi e a sfidare l’ordine globale che vede tutt’ora i bianchi a decidere della vita e della morte dei neri?

Seguendo le tracce dei prigionieri che dalle zone interne dell’Africa occidentale venivano portati sulla costa per essere imbarcati verso le Americhe, Saidiya Hartman ripercorre le tappe della tratta atlantica degli schiavi, ed esorta a considerare gli effetti della schiavitù su tre secoli di storia africana e africana americana. 

In 
Perdi la madre, passato e presente si incrociano in un intreccio narrativo in cui episodi del violento passato di oppressione si riconnettono alla realtà vissuta dai figli della diaspora africana che, come la stessa autrice, vivono nella società profondamente razzializzata di oggi. A metà tra saggio storico e memoir autobiografico, il suo viaggio si rivela una potente riflessione che interroga la storia, la memoria e l’identità.

Questo saggio è molto particolare, e ha il valore aggiunto di mescolare la storia personale alla storia dei popoli, rendendo la lettura molto scorrevole. Prima di leggere questo libro, non avevo mai pensato a come possa sentirsi una persona nera americana, che ha la consapevolezza che i suoi antenati sono stati sicuramente degli schiavi; così come non avevo mai pensato a quali ferite indicibili si portino dentro gli africani, che hanno la consapevolezza di non essere stati solo e sempre vittime, ma, in alcuni casi, anche complici, catturando e vendendo persone del proprio stesso popolo. Come Hartman scrive: «La schiavitù trasformava tua madre in un mito, metteva al bando il nome di tuo padre ed esiliava i tuoi fratelli verso gli angoli più remoti della terra.»
E aggiunge le parole dell’ex schiavo Frederick Douglass per rafforzare il concetto, sottolineando che Douglass stesso si sentiva orfano anche se conosceva la sua famiglia: «Eravamo fratelli e sorelle, e con questo? Perché avrebbero dovuto essere affezionati a me, o io a loro? Eravamo fratelli e sorelle per un legame di sangue; ma la schiavitù ci aveva resi estranei. Sentivo le parole fratello e sorella, e sapevo che dovevano pur significare qualcosa; ma la schiavitù aveva derubato questi termini del loro vero significato.»
Hartman spiega che questo senso di smarrimento è l’unica eredità certa trasmessa da una generazione all’altra.

L’autrice del libro ha compiuto un viaggio, percorrendo in direzione contraria la rotta degli schiavi, per ritrovare le proprie radici e permette a noi, con la lettura di questo scritto, non solo di non dimenticare, ma di cominciare a capire.

1 Comment

  1. Un’autrice coraggiosa. Fare il viaggio a ritroso e cercare di scoprire e capire richiede forza e onestà con sè stessi. E se poi il viaggio viene condiviso, serve forza in maggior misura. È un regalo che lo abbia condiviso perché quelle storie ci appartengono a tutti. Grazie come sempre Maurizio.

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