E’ stato pubblicato da poco, dalla casa editrice Utopia, con la traduzione di Giuseppe G. Allegri, l’ultimo romanzo di Scholastique Mukasonga, Sister Deborah. La Mukasonga è una scrittrice ruandese che io apprezzo molto, tanto da aver raccontato delle sue opere più volte in questo blog. Nata nel 1956, ha subito fin dall’infanzia le umiliazioni e le violenze causate dai conflitti interetnici, tanto da essere costretta ad abbandonare gli studi e a rifugiarsi all’estero. Dopo aver vissuto in Burundi, nel 1992 si è stabilita in Francia. I suoi cari sono stati vittima del genocidio del 1994: ben trentasette membri della sua famiglia furono massacrati in quei mesi.
In questo romanzo, la scrittrice ruandese riflette ancora una volta su colonialismo e religione. La trama di Sister Deborah è semplice e, allo stesso tempo, molto accattivante. Negli anni trenta del Novecento, un vasto movimento di conversione al cristianesimo investe l’Africa orientale. In Ruanda i missionari cattolici invocano la discesa dello Spirito Santo, perché possa annientare il paganesimo indigeno. Il reverendo Marcus, pastore afroamericano giunto dagli Stati Uniti, fonda assieme a una guaritrice, Sister Deborah, una missione evangelica in territorio ruandese. Nei suoi sermoni l’uomo annuncia l’arrivo ormai prossimo di un salvatore. È proprio Sister Deborah a precisare che non solo il messia sarà di colore, ma addirittura una donna. Le ruandesi iniziano allora a scioperare, abbandonano i campi, tengono lontani i mariti, convinte che, dopo mille anni di infelicità, una nuova epoca di gioia e prosperità attenda le donne. I disordini si diffondono, ma sono rapidamente repressi dalle truppe coloniali. Sister Deborah scompare e la sua vita si sublima in leggenda. Non tutto, però, è perduto. Ikirezi, una bambina ruandese che un tempo la suora ha miracolosamente curato, infondendo in lei il suo potere taumaturgico, è nel frattempo diventata una brillante accademica africanista e si mette sulle tracce della sua benefattrice. Riuscirà a ritrovarla? E, se sì, prima o dopo che una donna nera, messia di un’era nuova, rivoluzioni il mondo?

Non è solo la religione, quindi, il tema del romanzo, non è solo il colonialismo, del quale la Mukasonga, pur non giudicandolo esplicitamente, mette in evidenza le ingiustizie e le violenze; tema fondamentale di questo nuovo romanzo è il femminismo: perché il messia non può essere donna? E perché dovrebbe essere necessariamente bianco? Il libro si apre con uno slogan, femminista e antirazzista, utilizzato dal movimento Black Lives Matter: “I met God, she’s Black”, ho incontrato Dio, è nera.
Uno dei grandi talenti della Mukasonga è quello di condensare, nei suoi brevi romanzi, una quantità incredibile di temi rilevanti e, senza mai schierarsi apertamente, mettere in evidenza le contraddizioni e le brutture dell’essere umano, in particolare del maschio bianco che tanto ha influito sulla storia del Ruanda. Ogni anno si parla di lei nel toto Premio Nobel, chissà che, una volta, questa previsione non diventi realtà.
