L’unica persona nera nella stanza

un libro di Nadeesha Uyangoda

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Nadeesha Uyangoda ©IoDonna

Siete mai stati sorpresi dalla lettura di un libro? A me è appena capitato con L’unica persona nera della stanza, libro di Nadeesha Uyangoda, pubblicato quest’anno dall’editore romano 66th and 2nd. Mi aspettavo un racconto sulla condizione dei nuovi italiani, dal momento che la giovane autrice è una di essi, nata nello Sri Lanka e vissuta in Italia, in Brianza per la precisione, dall’età di sei anni. Invece mi sono trovato davanti a un testo che è molto più di questo,  e sfugge a facili etichettature e classificazioni. Partendo dalla sua esperienza, e da quella di amici e conoscenti quali Bellamy, Mike, Blessy, David, la Uyangoda ci racconta cosa succede in Italia quando ci si trova a essere l’unica persona nera in una stanza di bianchi. Avevo già presentato libri che parlavano di razzismo dei bianchi nei confronti dei neri negli Stati Uniti d’America, Fragilità bianca, o di razzismo nei confronti degli africani in generale, Afrofobia, ma grazie a questo libro affrontiamo finalmente il tema del razzismo in Italia, quello che non vogliamo vedere, quello che tanti di noi si ostinano a negare.

Come già nei libri sopraccitati, Nadeesha ci ricorda che il concetto di razza, prima ancora di essere un’invenzione pseudoscientifica, è stato un mezzo ideato dal capitalismo coloniale per sfruttare masse di donne e uomini non bianchi. Un concetto talmente stratificato nella nostra cultura che spesso attuiamo, nei confronti degli italiani non bianchi, forme di razzismo inconsapevole, come il classico commento “parli bene l’italiano”. Il libro tocca temi che stanno diventando sempre più rilevanti, quali il colorismo, che l’Associazione americana degli psicologi neri ha definito come una forma di razzismo interiorizzato, che accade quando una minoranza assorbe il razzismo perpetrato dal gruppo etnico dominante e lo perpetra a sua volta. E’ un fenomeno che ho potuto osservare durante i miei viaggi in Africa, in particolare in Sudan, ma non immaginavo che fosse presente anche in Italia.

In alcuni momenti della lettura ho sorriso, per esempio quando la madre dell’autrice le chiede maggiori informazioni sul suo fidanzato, un ragazzo napoletano: “Cos’hanno che non va i napoletani?” mi ha chiesto una sera mia madre. “Una cliente mi ha chiesto del tuo ragazzo, le ho detto che è napoletano” mi spiega. “Uhhh, mi ha detto”. Sono scoppiata a ridere perché, ogni volta che capito in negozio da mia madre, c’è sempre la cliente che mi chiede del fidanzato, e la reazione al napoletano è identica. E quando queste donne brianzole investono quel napoletano con i loro “oddio!”, non posso fare a meno di stupirmi di passare da una categoria all’altra con tanta facilità: per la durata di quella conversazione smetto di essere una ragazza nera e divento lombarda, smetto di essere il colore della mia pelle e divento il mio accento. Non è un momento di realizzazione e di comprensione che passa per quel dialogo, è la reazione a cui assistiamo quando il nostro interlocutore registra un punto di incontro tra noi e loro, il che accade nel preciso istante in cui trova un soggetto così diverso da entrambi da riuscire ad andare oltre il colore della pelle.

Alcune situazioni descritte nel libro le ho vissute anch’io in prima persona, quando tanti anni fa mi trasferii nell’Italia settentrionale e gli stranieri in Italia non erano ancora in numero tale da produrre un razzismo sistematico: il model minority myth ci impone di essere due volte più bravi dei nostri coetanei bianchi: non solo dobbiamo essere intelligenti o dediti, dobbiamo dimostrare di esserlo nonostante le origini, la lingua, la famiglia, la religione. Ecco, circa venti anni fa, quando ero un giovane impiegato che cercava di fare del suo meglio nello stabilimento, il mio capo, un cinquantenne abruzzese, mi disse: “ricorda che dovrai essere sempre due volte più bravo dei tuoi colleghi, perché, come me, sei meridionale, e verrai certamente sempre giudicato senza sconti di sorta”.  Vorrei poter dire di aver subito discriminazioni simili a quelle che l’autrice racconta nel libro, ma non sono abbastanza stupido da pensarlo: so bene che, nonostante tutte le mie difficoltà, i miei diritti di italiano del sud sono sempre stati gli stessi di quelli di un italiano del nord.

Con una scrittura garbata la Uyangoda ci mostra che il razzismo in Italia c’è e si vede e che il presente passa per l’intersezionalità: razza, classe e genere sono caratteri individuali intersecati fra loro. Per sconfiggere le discriminazioni, per ridurre la disuguaglianza, la prima cosa da fare è prendere atto della realtà che ci circonda, e la lettura di questo libro aiuta a farlo. E’ bello essere sorpresi da libri non facilmente classificabili, quando sono scritti bene come questo.

1 Comment

  1. Grazie al tuo consiglio ho deciso di leggere questo libro. Che in questo periodo mi “serviva” visto che mi stavo occupando di inclusione dal punto di vista anche etnico. Libro che mi fa riflettere profondamente sulle mie origini, sulla realtà attuale e sulla ricchezza etnica che si potrebbe vivere in Italia. Su cosa significa essere italiani e neri. Su pregiudizi e stereotipi che sono purtroppo un brodo in cui tutti siamo immerso e su cui bisogna sempre fare sforzi per tenersi a galla e al di sopra di queste scorciatoie tanto facili quanto false e riduttive. E mi fa provare vergogna e rabbia per la situazione di tante italiane che in realtà lo sono quanto e più di me, ma non vedono riconosciuti i loro diritti.

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