Cacciateli! Concetto Vecchio a Zurigo

Quando i migranti eravamo noi.

Partono ‘e bastimente p’ ‘e terre assaje luntane… Così comincia uno dei classici della canzone napoletana, Santa Lucia luntana, e così, da quando il mondo è mondo, si parte, in cerca di fortuna, per migliorare la propria vita o, se non ci si riesce con la propria, per migliorare quella dei propri figli. Gli Italiani conoscono bene queste vicende, per averle vissute in prima persona, o in famiglia. La figura del migrante viene presto avvolta da un’aura romantica; rappresenta colui che ce l’ha fatta, la persona di successo. Il migrante stesso fa di tutto per far credere che la vita all’estero sia tutta rose e fiori, tacendo spesso i tanti dolori della quotidianità.

Una delle mete più raggiunte dagli Italiani, fin dagli anni ’50 del secolo scorso, è stata la Svizzera. Vicina al nostro Paese, eppure così diversa, la Svizzera ha costruito le sue fortune sicuramente anche grazie all’apporto del lavoro dei migranti. Le condizioni di lavoro, soprattutto nei primi anni di migrazione, erano estremamente dure (è bene comunque non dimenticare che talvolta lo sono tuttora) e le forme contrattuali di certo non aiutavano (e, talvolta, ancora non aiutano). Il contratto stagionale, con cui si cominciava a lavorare in terra elvetica, prevedeva un contratto di nove mesi, poi tre mesi di ritorno in Italia, prima di poter ambire a un nuovo contratto stagionale. Passavano anni prima che si riuscisse a ottenere un permesso di soggiorno meno precario e, in tutti questi anni, al lavoratore stagionale era proibito portare con sé la famiglia. Tutta la famiglia soffriva di questo divieto, in particolar modo i bambini. Abbiamo già raccolto alcune delle loro storie: c’era chi, come Sonia, veniva lasciato ai nonni, chi invece veniva mandato in collegio appena oltre la frontiera e chi, come Catia, ha vissuto per anni nascosto in casa, con la paura costante di essere scoperto ed espulso.

La storia dei migranti, italiani e non solo, in Svizzera, cambia negli anni ’60, quando entra in parlamento James Schwarzenbach, editore di Zurigo. Come primo atto della sua carriera legislativa promuove un referendum per espellere dal Paese trecentomila stranieri, perlopiù italiani. “Sono troppi, ci rubano i posti migliori, lavorano per pochi soldi, occupano i letti degli ospedali, sono rumorosi, non si lavano”. Iniziò così una campagna d’odio, non dissimile da quelle odierne dei Salvini, Meloni, e compagnia bella, che culminò nel primo referendum contro gli stranieri della storia d’Europa, che si tenne il 7 giugno 1970 (ve ne fu poi un secondo nel 1974): quegli stranieri eravamo noi.

Il giornalista di Repubblica, e scrittore, Concetto Vecchio, nato in Svizzera proprio nel 1970 e vissuto nella Confederazione elvetica fino al 1984, ha raccontato gli anni del referendum Schwarzenbach nel libro “Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi”, pubblicato da Feltrinelli nel 2019. Avevo letto il libro pochi giorni dopo l’uscita, e lo avevo descritto così: Uno dei punti di forza di questo libro è il non poter essere catalogato sotto un genere letterario preciso, perché l’autore mescola sapientemente generi diversi: non è (solo) un libro di memorie, anche se l’autore ripercorre l’avventura migratoria dei suoi genitori, non è (solo) un saggio giornalistico, anche se le informazioni di quel tempo sono molto precise e dettagliate. La scrittura è semplice e scorrevole, esattamente la stessa che Concetto Vecchio usa nei suoi articoli su Repubblica, e ciò rende il libro accessibile a tutti. Altro pregio è il non aver fatto il parallelismo tra i migranti italiani all’estero e i migranti che arrivano in Italia oggi: la similitudine è talmente evidente che il lettore può farla da sé, e da solo deve farla, per rendersi conto di quanto dura sia la realtà che ci circonda. Questo libro ci dà anche una piccola lezione di storia: è nella tranquilla e sonnolenta Svizzera che nacque il populismo in Europa, a casa di quel James Schwarzenbach che propose un referendum contro gli immigrati, con lo slogan di “prima gli Svizzeri!”. La Storia si ripete, inevitabilmente: durante la presentazione del libro, a Zurigo, l’autore immaginava che, fra cinquant’anni, ma forse anche meno, il figlio di una coppia, arrivata in Italia col barcone, racconterà la storia dei suoi genitori. Testo da far leggere nelle scuole, per far scoprire ai giovani non solo come eravamo, ma anche cosa siamo diventati”.

L’anno scorso il libro è stato tradotto in tedesco, con il titolo di “Jagt sie weg!” (Orell Fuessli editore) ed è stato per settimane in testa alle classifiche dei libri più venduti in Svizzera. Io sono da anni un lettore del giornalista Concetto Vecchio e, dopo l’uscita del libro, che ho letto immediatamente, ho avviato con lui una corrispondenza epistolare. L’ho conosciuto di persona nel settembre del 2019, quando Vecchio venne a Zurigo, con i suoi genitori, a presentare il libro.

Concetto sarà nuovamente a Zurigo a presentare il libro il prossimo 21 ottobre, grazie a un evento organizzato dall’Istituto italiano di cultura. L’incontro si terrà alla Volkshaus, in Stauffacherstrasse 60, alle 18.30 (apertura porte alle 18) e sarà assicurato un servizio di traduzione simultanea in tedesco. Per partecipare, occorre inviare una e-mail con il proprio nome, cognome, indirizzo e-mail e numero telefonico a: iiczurigo@esteri.it ed essere in possesso del certificato COVID.

Io tornerò sicuramente ad ascoltarlo, e invito voi a fare altrettanto, oltre naturalmente a leggere il libro. Io questo libro l’ho regalato a diversi amici, italiani e svizzeri, perché è fondamentale per tutti sapere da dove veniamo. Potrebbe essere un’interessante idea regalo anche per i vostri amici, parenti e conoscenti.

1 Comment

  1. Gran parte degli italiani sembra che abbiano dimenticato parte della loro storia recente e si comportano verso i migranti in maniera veramente vergognosa. Purtroppo, non siamo i soli ad avere questi comportamenti razzisti e xenofobi.
    È notizia di questi giorni che 12 paesi europei vogliono costruire muri anti-migranti. Hanno chiesto, scrivendo a Bruxelles, di finanziare un progetto che prevede di erigere delle barriere fisiche ai confini, come misura di protezione verso i flussi migratori.
    Io credo che oggi sia diffuso un razzismo “sociale”: i ricchi non vogliono avere nulla a che fare con i meno ricchi e i poveri con quelli più poveri di loro. La povertà è diventata qualcosa da nascondere, qualcosa di cui vergognarsi e da cancellare in qualsiasi modo. L’unica cosa che veramente conta è il denaro e null’altro.
    Come sempre, molto bello il tuo articolo,.Comprerò, appena posso, il libro “Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi”. A quanto pare, la storia non insegna nulla, anzi la storia tende a ripetersi.
    A presto!
    Agostino

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